Che la sperimentazione sia un caposaldo delle serie antologiche (procedano per stagioni o episodi stand-alone) è un dato di fatto, e infatti già dall’anno scorso Netflix impose l’avventura in una gamma di generi prima ignorata, a partire da Playtest per finire con Men against fire. Metalhead fa della sua sperimentazione rispetto allo schema della serie la sua unica forza, scommettendo tutto sulla propria particolarità. E perdendo. In breve, mondo post-apocalittico: Bella e i suoi due compari si avventurano in un fatiscente magazzino abbandonato dover però risvegliano inavvertitamente un cane da guardia meccanico. Il congegno uccide i due uomini in breve tempo e si getta all’inseguimento della protagonista.

Metalhead quindi si propone come una sorta di survival, a metà fra Mad Max e i classici del man vs machine. E lì si esaurisce, perché dell’anima di Black mirror – ancora una volta, la terza – non ha niente. Manca qualsiasi luogo per la critica sociale, qualsiasi figura metaforica per una riflessione. Davvero, l’episodio esaurisce se stesso nella sinossi, vendendo per 40′ (la puntata più contenuta, finora, e per fortuna) una lotta tra una donna e un androide che la insegue determinato a ucciderla, senza fornire motivazioni, né per quanto riguarda l’ambientazione, né per altro. Non che sia obbligatorio, beninteso, ma qual è lo scopo di un mondo devastato se poi in questo mondo la storia che viene raccontata è solo quella di un conflitto basilare? Una lotta poi che non contrappone a questo punto due parti in causa, due modi di pensare o due “proposte per il futuro”, ma solo due individualità necessitate a fare quello che fanno. Se la costante di Black mirror è la tensione tecnologica nella vita reale (comunque come al solito lasciata da parte, lo spirito della serie adesso è evasivo, grazie alla nuova gestione), qui la tecnologia in sé non rappresenta nulla di se stessa e non è affatto una forza, semplicemente natura. Per intenderci, se al posto del cane meccanico ci fosse stato un orso o un’altra bestia, non sarebbe cambiato nulla.

L’unica cosa che cambia è l’estetica: David Slade, videoclipparo più che regista ma con capacità non troppo scarse, va dipingere questa disperata corsa con un bianco e nero metallico, pieno di riflessi che di fatto è l’unica caratteristica che spinge a concludere la visione dell’episodio. Sul piano stilistico, complice anche una fotografia estremamente curata (questo va ammesso) Metalhead riesce a non farsi bollare subito come inutile, ma appare presto chiaro che oltre alla pregevole variatio per incantare gli ultimi arrivati e quegli strani ibridi tra lo spettatore e il bradipo a cui piace credere di poter vedere l’arte nella TV, sotto l’armatura non c’è veramente nulla. Ancora una volta, siamo di fronte al puro niente sul piano della qualità: nessun attaccamento alla realtà né tantomeno analisi di un rapporto uomo-macchina che non sia quello del senso comune. Inutile, acritico, vuoto.

Arriviamo quasi alla fine del percorso già stanchi, stremati da una serie di episodi che non valgono nulla, e di cui Metalhead è paradigma in quanta puro piegarsi alla logica di mercato, lasciando intravedere solo l’esoscheletro dell’impegno intellettuale per concedere invece intrattenimento dozzinale. Scoraggiante per come spaccia per arte un’idea poverissima: non basta una rivelazione finale estremamente kitsch per aggiungere profondità a un recipiente vuoto.