Si chiude dunque anche questa quarta stagione di Black mirror. Anche in questo caso il faro è la scorsa annata, quindi l’episodio conclusivo ha la forma di un riassuntone generale di quanto successo nelle cinque puntate precedenti. Ma se Hated in the nation svolgeva questo compito a livello tematico, Black museum prende la via della citazione autoreferenziale. Ecco da questo punta di vista, quello della struttura narrativa, ricorda invece lo speciale natalizio del 2014. Rolo Haynes – Douglas Hodge – è l’istrionico proprietario di un museo dell’orrore nel bel mezzo del nulla. Quando Nish – Laetitia Wright – si mostra interessata, pur di passare il tempo mentre ricarica l’auto, Rolo procede a illustrarle i vari reperti in un’agghiacciante visita guidata che va a comporsi di fatto di tre storie, con il comune denominatore del trasferimento della coscienze.

L’ultima puntata

Sin da subito capiamo che Black museum è una sorta di contenitore degli episodi precedenti. Collocato nello stesso universo di San Junipero (Rolo lavorava nel settore management dell’omonimo ospedale), il museo raccoglie le api assassine, il tablet di Arkangel, il sintetizzatore molecolare di USS Callister e via dicendo. Le tre narrazioni si collegano nel finale non tramite un infinito mys en abyme ma attraverso Nish, che riassume nel motivo della sua venuta il fulcro di ogni parte del trittico. Trittico che, vuoi per brevità delle singole parti, vuoi per la compressione delle stesse, si rivela costitutivamente meglio di ogni singolo episodio visto sinora. Spicca, non a caso, la caratteristica che Black mirror ha dimenticato per ragioni di markenting in tutti gli episodi precedenti, ovverosia la brutalità, lo spaesamento dinanzi all’impossibile che facendosi possibile cangia nuovamente in ignoto.

A partire dal dottore dipendente dal dolore in virtù della sua sensibilità aumentata, quello che si spalanca dinanzi ai protagonisti di Black museum è un abisso spaventoso entro il quale si finisce inevitabilmente per cadere in quanto non c’è controllo né comprensione né empatia nei confronti delle possibilità che si aprono. Il dottore succitato è costretto in primo luogo a farsi cavia e poi a svolgere la sua funzione come una macchina, soccombendo poi a un malfunzionamento strutturale dovuto a perpetuarsi senza misura della sua natura-meccanismo: l’umanità nel senso che l’auto-coscienza smette di essere “auto” in quanto corrotta dalle ingerenze delle altre. Se smette di esserci divisione tra l’io e il tu, entrambi collassano. Lo stesso discorso vale per la madre comatosa del prosieguo, costretta a un nuovo concetto di convivenza confligge con il marito perché la barriera naturale (quella dei due corpi) che li separava, li definiva; crollando (fatta eccezione per il meccanismo di condivisione che necessariamente doveva piegarsi a un espediente filmico) rompe il legame perché riscrive il terreno, il mondo fra i due, generando una specie di Arlecchino neurologico in un unico corpo biologico.

Ma se le prime due parti sono abbastanza speculari, la terza, che poi fa tutt’uno con la conclusione del piano narrativo principale (quello di Rolo e Nish), si distingue semplicemente perché prosegue San Junipero nel senso che traferisce nel mondo reale le coscienze ivi confinate. L’esempio è quello di un condannato a morte che continua a vivere, sopravvivendo al proprio corpo, subendo le nefandezze altrui come l’attrazione di un parco giochi per intrattenimento dei visitatori; ecco in questo si sovrappone alla storyline precedente nell’evidenziare l’inadeguatezza degli strumenti politico-sociali al “progresso” in corso. Il fine ultimo dell’episodio è quello di mettere in scena il meta-Black mirror, cioè di fornire un’interpretazione dell’opera in quanto opera che ha effetto sullo spettatore come un avvertimento. Con una metafora che smorza (anzi, nobilita) il carattere naif della conclusione, Brooker ci comunica indirettamente quanto in questo revival Netflix è sempre un po’ mancato, ovvero la necessità di un rapporto pragmatico con quello che stiamo vedendo: un far fare, non solo un semplice far pensare. Peccato però che tutto ciò non sia nemmeno lontanamente riscontrabile nel resto delle puntate di quest’anno.

La stagione

Nonostante il pieno recupero con l’ultimo episodio, il gap rimane incolmabile; grazie alla manita di storture prodotte quest’anno, Black museum non sembra nient’altro che un moto d’orgoglio in un territorio ormai occupato da altri fini rispetto a quelli del Brooker delle prime stagioni. Primo fra tutti l’allargamento della fascia spettatoriale di-e-per-Netflix (a riguardo della quale chi scrive è più che convinto d’essersi dilungato già abbastanza se non eccessivamente), senza contare poi il carattere evasivo che stanno assumendo le puntate, ormai destinate a diventare rompicapo, divertenti paradossi senza attaccamento alla realtà, che poi sfasciano l’ultima esplicita dichiarazione d’intenti del creatore con Black museum (il quale, illuminato da questa luce, assume i contorni di un contentino) configurandosi solo come intrattenimento di media qualità mascherato da movimento intellettuale per nobilitarne la vuotezza. Si salva solo quindi quest’ultima parte, non abbastanza per redimere la stagione, che si conferma insieme valere la metà della puntata in questione presa a sé, volendo star larghi. Sarà sempre sgradevole da dire, in quanto volgere lo sguardo al “glorioso passato” è cosa da fan – e i fan, in quanto poco avvezzi al ragionamento su quanto idolatrano, spesso sono pure un po’ rimbambiti – però in questo caso veramente si stava meglio quando si stava peggio. Non c’è ancora conferma ufficiale di una produzione pronta per una quinta sestina (l’accordo iniziale prevedeva una dozzina di episodi) ma se sarà, sarà con Netflix, e quindi se vogliamo vedere qualcosa di qualitativamente più elevato e diverso nel senso originario del termine, non resta da sperare che Black museum riesca ad aprire un nuovo orizzonte per Black mirror.