Un mattatoio è già di per sé un luogo di lavoro abbastanza frustrante, ma l’arrivo di nuovi colleghi può mettere in crisi il già labile equilibrio psicologico di chi ci passa le sue giornate a smembrare mucche e vitelli. Furti e impedimenti fisici potrebbero essere poi la goccia che fa traboccare il vaso. Ma le energie umane non possono essere imbrigliate e trovano uno sbocco alternativo.

L’ungherese Ildikó Enyedi frequenta i festival di serie A dal lontano 1989, quando con Il mio XX secolo si portò a casa la Camera d’or cannense, mentre il pubblico cinefilo italiano più attento ricorderà forse il passaggio in concorso alla Mostra di Venezia 1994 di Magic Hunter, o la successiva storia d’amore (“incantata” anch’essa fin dal titolo) di Simon mágus (1999). Confessiamo che il suo lunghissimo periodo di silenzio cinematografico (ultimamente è stata impegnata soprattutto per la serie tv magiara Terápia) ce l’avevano fatta quasi dimenticare. Tanto più sorprende dunque il suo ritorno berlinese a così alti livelli e un premio che, seppur meritato, non si aspettava probabilmente neanche la diretta interessata.

Siamo in un mattatoio, dove valgono regole di duro pragmatismo: i capi di bestiame vengono uccisi con un colpo secco, e subito dopo squartati e inviati alle catene di lavorazione. Non è certo un film da animalisti (curiosa e ironica comunque la dicitura finale, secondo la quale “durante le riprese di questo film è stato fatto del male a degli animali, ma solo a quelli di cui era prevista la macellazione”…), né per anime pie, visto che l’ambiente di lavoro è duro, concorrenziale e tutt’altro che “friendly”: ripicche incrociate, amorazzi nascosti, inquadramento imperfetto delle nuove leve, piccole sopraffazioni sessiste, furti…sembra essere questa la classica azienda sull’orlo di una crisi di nervi.

Ma, a movimentare il quadro, intervengono degli inserti idilliaci di scene naturali che sembrano rappresentare l’esatto opposto di quell’ambiente lavorativo reale: dei cervi si rincorrono, bevono e brucano pacifici nel contesto di una incontaminata foresta in cui l’uomo non sembra poter arrivare a contaminare un paradisiaco equilibrio, né tanto meno applicare la propria forza mortifera. Quella foresta è la copia capovolta del mattatoio: non vi scorre sangue, il silenzio assoluto è rotto solo dai suoni naturali e non dal clangore delle macchine smembranti, gli animali vivono in un accordo edenico e non sono di certo scossi dalle passioni degli uomini/impiegati astiosi e invidiosi.

Come sono collegate le due realtà?: pur senza svelare tutti i segreti del film, potremmo anche solo accennare al fatto che la seconda è una sorta di sublimazione onirica della vita insoddisfatta dei due protagonisti, Endre e Mária. Il primo è un responsabile dell’azienda che ha ormai appeso tutte le aspirazioni e passioni al chiodo, e si avvia ad una vecchiaia senza scossoni; la seconda è una neo-assunta, giovane e graziosa, ma algida responsabile della qualità, che con la propria eccessiva pignoleria rischia di scardinare ulteriormente il già poco quieto vivere del mattatoio.

La fotografia di Máté Herbai è nitida e compatta, dominata com’è dal biancore delle superfici industriali e dai lucori naturali della neve, senza per questo mai diventare glaciale o distaccata, ché anzi proprio il contrasto fra l’apparente gelo superficiale delle emozioni e il risorgere naturale delle passioni si fa evidente, estremo, a tratti insostenibile (si vedano anche gli svenimenti in massa nel pubblico del festival berlinese sulle scene finali…) quando appare a colorare lo schermo il necessario, vitale, fluido, vivificante rosso del sangue. Ché in fondo, anche se la routine e le delusioni esistenziali li hanno raffreddati e anestetizzati, siamo comunque fatti di tessuti imbevuti di plasma e globuli rossi, ed è inevitabile che il rossore dell’umanità riprenda il suo posto d’onore al centro di un campo lattiginoso e sbiadito di abitudini.

Non si può dunque accusare la Enyedi (autrice anche della sceneggiatura) di aver composto un quadro distaccato, gelido o anodino, la passione delle immagini c’è, è solo trattenuta e imbrigliata per gran parte del film in un’atmosfera di tensione sotterranea, incastrata nell’alternanza fra un asettico e “bestiale” trancia-ossa e gli alberi sereni e maestosi di un silente paradiso boschivo; nel movimento pendolare fra questi due estremi, nell’enigma esegetico che spinge a collegarli per trovare un “Senso” alla visione si condensa la tensione antropologica e psicanalitica che potrebbe, dovrebbe unire corpo e anima del titolo.

La regista e il cast di On Body and Soul – Orso d’Oro 2017 – Foto Romina Greggio

La vita, nella sua integralità psico-corporea, scorre appena sotto la superficie apparentemente immobile di edifici squadrati, specchi lacustri ed espressioni facciali controllatissime, e si palesa qua e là con ammiccamenti erotici, umorismo surreale, passi falsi antropologici imbarazzanti ma rivelatori di nature umane ancora in fieri (la infantile e isolata Mária, troppo schietta nel suo manifestarsi) o, al contrario, ormai in regressiva involuzione (Endre, che ha chiuso ufficialmente con il mondo delle passioni).

Passi falsi, si diceva, atti mancati, piccole manie, sostituzioni, transfert e regressioni (lei gioca ancora con i pupazzi in un surrogato di quella vita reale cui non riesce ad attingere; lui, simbolicamente storpio e incapace di abbracciare, con il suo braccio sinistro paralizzato): per uno psicoterapeuta c’è di che andare a nozze, ma la fruizione e lo sprofondamento avvolgente nei meandri delle menti corporee e dei corpi psichici dei personaggi sono esperibili anche senza crearsi e cercarsi delle eccessive sovrastrutture psicanalitiche.

Il modo inaspettato, ironico, anti-realistico con cui le due nature isolate trovano un ubi consistam comune e un luogo di incontro, un porto sicuro in un mondo parallelo dove le inibizioni vengono superate in virtù della mediazione istintiva animale (i cervi, che ne rappresentano le nature più libere ed incontaminate) e dell’isolamento da occhi giudicanti, conferma il gioco cosciente e insistito che la regista nella sua filmografia instaura con elementi di magia e soffusa paranormalità, elementi che non scadono però mai in un comodo armamentario di genere e potremmo forse inquadrare nel “realismo magico” (o per lo meno simbolico) mitteleuropeo (per intenderci quello che va dallo slovacco Juraj Jakubisko al polacco Jan Jakub Kolski, passando per il bulgaro Rangel Valchanov). Gli addentellati di umanesimo, il recupero dei valori fondamentali della solidarietà e del rispetto per le psicologie “diverse”, la sostanziale speranza nella possibilità di una “resurrezione” giustificano anche i premi FIPRESCI e della Giuria Ecumenica che questo On Body and Soul si è conquistato.

A noi rimane la speranza che, oltre a Béla Tarr, György Pálfi, Benedek Fliegauf e pochi altri ungheresi noti ai festivalieri incalliti, molti spettatori italiani “comuni” possano finalmente conoscere il cinema psico-fisico di Ildikò Enyedi.