“Bright” di David Ayer

A concludere un anno ricco di film orginali Netflix è l’attesissimo Bright, approdato sulla piattaforma il 22 dicembre. E il 22 dicembre è stato anche il giorno dell’annuncio dell’inizio dei lavori per un sequel del film (previsto già per fine 2018) da parte dei vertici del popolarissimo streaming service. La pellicola, ultima fatica del regista e sceneggiatore David Ayer (Suicide SquadFury) è un curioso mix tra un classico poliziesco d’azione e un originale film fantasy, che non perde l’occasione di strizzare l’occhio a tematiche di attualità, per prima la spinosa questione della tensione razziale.

In una difficilissima Los Angeles in cui convivono umani e creature delle fiabe (dai poco integrati orchi ai ricchi e sofisticati elfi) il poliziotto Daryl Ward (Will Smith) torna in servizio dopo un brutto incidente al fianco del collega Nick Jakoby (un Joel Edgerton dai denti aguzzi e dalla pelle bluastra), unico poliziotto orco del dipartimento e per questo umiliato e schifato dai colleghi.
A stravolgere la routine dell’insolita coppia saranno una serie di presagi circa il ritorno di una misteriosa e antica divinità, che li porterà alla ricerca di una potentissima arma magica.

Anche solo da un breve riassunto della trama salta subito all’occhio come la componente fantasy e quella action/crime sembrino stonare tra loro: tuttavia gli autori della pellicola (in particolare lo sceneggiatore Max Landis, figlio del leggendario cineasta John) riescono a calibrare con attenzione gli elementi di entrambi i generi, per esempio alternando misteriose sette di elfi (capeggiati da una minacciosissima Noomi Rapace) a ben più classiche gang di messicani tra i gruppi di antagonisti che l’insolita coppia di poliziotti si troverà ad affrontare. Come già detto, ad avere un ruolo fondamentale all’interno della politica sono i non troppo velati riferimenti all’attualità, difficili da evitare per una produzione americana che parla di poliziotti, di quartieri difficili e di tensione razziale, che riguardi i neri o gli orchi.

Per quanto riguarda temi come l’integrazione o la spinosissima questione della police brutality, Bright adotta un atteggiamento piuttosto superficiale facendo comunque dei chiari riferimenti all’argomento, in un riuscito esercizio di stile che usa gli elementi del fantasy e del racconto fiabesco come metafora per parlare dei problemi del mondo reale, un po’ come fece il comico e regista Jordan Peele all’inizio di quest’anno con Scappa: Get Out, pellicola che filtrava il delicato tema del razzismo attraverso gli stilemi tipici dell’horror, sebbene il lavoro di Peele fosse riferito alla tematica in modo molto più esplicito, diretto ed esclusivo.

Tralasciando quindi la componente di critica sociale, resta una trama che sarebbe scorretto definire banale (quantomeno per l’originale commistione di generi) ma che non potrebbe essere più classica. Se infatti è apprezzabile l’idea di mescolare crime e fantasy, gli elementi e le linee narrative provenienti dai due generi sono semplici e lineari, a tratti un po’ scontate. Dialoghi, ambientazioni e personaggi che sembrano usciti da un qualsiasi poliziesco d’azione o nei momenti più riusciti da un film di Spike Lee (tra poliziotti corrotti con l’immancabile baffone anni ’70 alle gang di quartiere) vengono inseriti in una trama comune a decine e decine di film fantasy.

A venire in soccorso di questa carenza sono senz’altro le numerose e riuscitissime scene d’azione, in cui la mano esperta di Ayer combina classiche sparatorie a combattimenti tra creature magiche, inseguimenti in auto a elfi che saltano da un palazzo all’altro, armi automatiche a bacchette magiche e così via. Altro punto a favore è un’azzeccata colonna sonora dalle sonorità hip-hop, con brani che attraversano vent’anni della storia del rap, da Dr. Dre ai Migos, da Snoop Dogg Ty Dolla $ign.

Bright
 si presenta quindi come un’idea originale e ben confezionata, che pur peccando a tratti di una fantasia non eccessiva per quando riguarda dinamiche e struttura narrativa, regala comunque allo spettatore due ore piacevoli e mai noiose, con un finale che alza le aspettative per il secondo capitolo.