“Caffè” di Cristiano Bortone

Ah che bello ò caffè, pure al cinema 'o sanno fa

Nella piccola e accogliente Sala Volpi, la selezione delle Giornate Degli Autori della 73 Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia si é aperta con il dramma corale Caffé, sesto lungometraggio di narrativa del produttore televisivo e cinematografico Cristiano Bortone, ambientato tra Italia, Belgio e Cina.
La pellicola segue le vicende di tre distinti (e distanti) gruppi di personaggi con due cose in comune: una manciata di settimane che sconvolgerà la vita di ognuno di loro e, ovviamente, un rapporto più o meno intenso con la celebre bevanda partenopea. Se infatti il giovane cinese Ren Fei, imprenditore senza scrupoli a capo di un importante azienda di caffè, cambia decisamente il modo di affrontare il suo lavoro dopo aver incontrato A Fang, una contadina che gli ricorda le sue umili origini, contemporaneamente sarà Renzo, giovane romano trasferitosi a Trieste con la fidanzata, a prendere una decisione importante come quella di provare a rubare e rivendere un carico di kopi luwak, preziosissimo caffè prodotto proprio dall’azienda di Fei, dal magazzino in cui lavora.

Intanto in Belgio, quando dopo una manifestazione in seguito alla chiusura di una serie di fabbriche (tra cui, ancora una volta, anche quella di Fei) il giovane sbandato Michael ruba un’inestimabile caffettiera d’argento dal negozio di antiquariato dell’orafo Hamed, quest’ultimo farà di tutto pur di riprendersela.

È difficile costruire un dramma corale, che cioè dovrebbe sviluppare lo stesso tema in diverse sfaccettature, partendo da un argomento atipico e particolare come quello del caffè: il film di Bortone tuttavia, anche se in parte, ci riesce. Infatti, il fil rouge che collega le diverse trame tra loro sta nella metafora con cui il  personaggio di Hamed si riferisce alla bevanda già dalla prima scena: anche se si tratta di qualcosa di molto amaro, aspro e non immediatamente piacevole al gusto, bere il caffè ogni mattina appena svegli, ci aiuta a prepararci a tutte le delusioni e appunto a tutte le amarezze che possiamo trovare nel corso della giornata.

Ecco perché tutte le trame  riguardano un cambiamento repentino, una notizia improvvisa o un imprevisto che, nel bene o nel male, stravolge le vite dei protagonisti e può essere digerito al meglio solo se si è abituati ad affrontare momenti duri. Questo collegamento dato dal caffè però, e qui sta uno dei difetti principali del film, si esaurisce ben presto, riducendo le singole trame a eventi ben divisi l’uno dall’altro e collegati, oltre che dal filo logico (seppur a tratti molto debole) di cui sopra, anche da piccoli elementi che appaiono in tutte e tre le vicende principali, una su tutte la vendita online di questa misteriosa caffettiera d’argento.

Insomma è chiara l’intenzione, non del tutto soddisfatta, di voler creare un film corale, che strizzi l’occhio un po’ a Paul Thomas Anderson e un po’ al primo Iñárritu (o volendo restare nei confini italiani, anche solo ad alcuni dei migliori film di Ozpetek), intenzione che viene però portata avanti con quelle che sembrano essere premesse sbagliate, dalla mancanza di un collante forte alla confusione del messaggio stesso (perché non è mai chiaro se Bortone voglia condannare o abbracciare questa “amarezza necessaria” di cui si parla fin dall’inizio).

 

Inoltre le trame in sé, anche se prese singolarmente, peccano quanto meno di eccessiva semplicità, se non addirittura (come nel caso della vicenda di Michael e Hamed) di passaggi non chiari che sembrano scritti in modo approssimativo. Tuttavia non sarebbe giusto bocciare del tutto il film, sia per l’intento coraggioso, sia per l’impegno che richiede la produzione di un film girato e ambientato in giro per il mondo, sia per le prestazioni attoriali (in primis un Ennio Fantastichini a dir poco fantastico). In conclusione Caffè non sarà certo un capolavoro, ma si presenta sicuramente come un progetto originale e coraggioso, entrambi doti sempre più rare nel panorama italiano.