Armie Hammer e Timothée Chalamet sono i superbi protagonisti del nuovo elegiaco dramma di Luca Guadagnino, tratto dal romanzo di André Aciman e co-sceneggiato insieme a James Ivory.
Dopo Io sono l’amore e A Bigger Splash, la trilogia del desiderio di Guadagnino si conclude con un brivido intenso, un’inondazione di struggimento e passione.

Definito impeccabilmente dal The Guardian “una pastorale erotica”, Call Me By Your Name è ambientato negli anni Ottanta “da qualche parte nel Nord Italia” (vicino Crema), in una villa immersa in un frutteto lussureggiante di melograno, pesche, albicocche e ciliegie, ereditata dalla italo-francese Annella (Amira Casar), madre di Elio (Timothée Chalamet) e moglie del Professor Perlman (Michael Stuhlbarg).
E’ una villa fatta di libri, spartiti e antichità dove le tavole apparecchiate sembrano, o forse sono, succulenti banchetti allestiti per gli dei. E’ il 1983, ci sono i rullini per le macchine fotografiche, le sigarette Nazionali, i walkman e le cassette, lettere e francobolli, il telefono a gettoni, al Governo c’è il “qui” criticato Craxi. Elio è un diciassettenne cresciuto in una colta, discreta, elegante e armoniosa famiglia ebrea. Come ogni anno il professore ospita uno studente che lavora alla sua tesi; è la volta di Oliver (Armie Hammer), un americanissimo ventiquattrenne del New England, che per sei settimane trascorrerà l’estate tra studio e sapori italiani.

“Che cosa si fa di solito da queste parti?”
“Si aspetta che l’estate finisca”.
“In inverno, invece? Si aspetta che arrivi l’estate?”
“Veniamo qui solo per Natale e altre festività”.
“Natale, ma non siete ebrei?”
“Sì siamo ebrei, ma siamo anche italiani, americani, francesi, una combinazione atipica. Probabilmente sei l’unico altro ebreo oltre a noi in questa città”.

Per Elio il nuovo studente è “un usurpatore”, considerato che deve cedergli la sua stanza. Tuttavia, a poco a poco, ogni sguardo ostile o forzatamente educato evolve in una curiosità che sboccia in qualcosa di indefinibile nella sua bellezza, le passeggiate o corse in bicicletta si trasformano in dialoghi invitanti e ogni gesto casuale e straniero diventa volutamente cercato nello sfiorarsi famigliarmente, titubanti e timorosi.


Durante il caldo di una lenta, quasi sospesa, estate in camicie aperte e pantaloncini corti, la pulsione di un diciassettenne mingherlino e coltissimo, polistrumentista, alla scoperta del proprio corpo e della comprensione dei propri sentimenti incontra la tensione di un adulto dal fisico scultoreo che ha già compreso e prevenuto le reazioni del mondo.

“C’è qualcosa che non sai?”
“Io non so niente, Oliver!”
“Sembri saperne più di chiunque altro”.
“Sapessi quanto poco ne so sulle cose importanti”.
“Quali cose importanti?”
“Lo sai quali!”
“Perché me lo stai dicendo?”
“Perché volevo che lo sapessi Perché non posso dirlo a nessuno oltre che a te”

Spartiti da comporre e libri sempre aperti; Oliver che legge Armance (romanzo sul non detto di sentimenti che sono terribili segreti per l’epoca, su Octave deciso a rinunciare all’amore di Armance); biciclette che si incastrano con i manubri; corpi stesi al sole; costumi messi ad asciugare nella vasca da bagno; la campagna che custodisce le scoperte sessuali e il monumento ai caduti della Battaglia del Piave; una colonna sonora che fa parte dei dialoghi diventando strumento narrativo (la canzone finale, Visions of Gideon di Sufjan Stevens proietta un’emotività che spezza il cuore); la soave incredulità di possesso nel farsi chiamare con il nome dell’amante; la scoperta di un qualcosa di nuovo tra il ritrovamento di una Venere voluttuosa, novelle francesi del XVI secolo, leggende e diapositive di sculture ellenistiche, sensuali e dall’ “ambiguità senza tempo, come se ti stessero sfidando a desiderarli”.

Guadagnino come sempre non lascia nulla al caso, ogni passo, ogni inquadratura, ogni movimento è metafora, simbolo, riferimento, testimonianza dell’interiorità dei suoi protagonisti e delle loro vicende. Talvolta con le sue opere ha esasperato, altre volte allontanato l’empatia del pubblico. La scelta di questo soggetto è forse il suo miglior colpo da regista per le sue evocazioni enfatiche.

“E’ forse meglio parlare o morire?

Call Me By Your Name è un racconto di formazione sull’innocenza della perdita e sul coraggio di un’amicizia idilliaca e di un desiderio trattenuto poi liberato nello scoppio di un abbraccio e nel piacere agitato di un bacio, infine messo con le spalle al muro dalla realtà.
Guadagnino erotizza il mondo di Elio e Oliver con una delicatezza inebriante. Il regista e i suoi personaggi, interpretati da magnifici attori, mettono in scena una storia che circonda i sensi, ammaliante soprattutto per la vista, e sconvolgono lo spettatore.

Il pacato discorso finale del padre di Elio racchiude parole universali, di una nostalgia senza tempo, e sagge; è un tocco di finezza emotiva che trafigge il cuore.
Presentato al Sundance Festival del 2017, uscito già negli Stati Uniti, finalmente arriva anche da noi in Italia.

Titolo originale: Call Me by Your Name
Nazione: Italia, Francia, U.S.A., Brasile
Anno: 2017
Genere: Drammatico
Durata: 130′
Regia: Luca Guadagnino
Cast: Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel, Victoire Du Bois, Vanda Capriolo, Antonio Rimoldi, Elena Bucci
Produzione: Frenesy Film Company, La Cinéfacture, RT Features
Distribuzione: Warner Bros Italia
Data di uscita: 25 Gennaio 2018 (cinema)