Il rapporto tra memoria e identità è da sempre al centro di numerose speculazioni di filosofi e artisti di ogni tipo, dall’importanza del sepolcro foscoliano allo sdoppiamento dei personaggi pirandelliani.

La memoria e il ricordo intesi come preservazione d’identità sono uno dei nuclei centrali di Cercando Camille, film del 2017 di Bindu De Stoppani; l’opera, partendo dagli stilemi di un apparente road movie in piena regola, rivela in realtà una maggiore densità di contenuti e angolazioni, indagando in modo discreto e delicato sul rapporto unico tra una figlia e un padre affetto da morbo di Alzheimer. L’ossessione dell’uomo, un tempo giornalista di guerra, per una presunta figura femminile di nome Camille, omonima della figlia stessa, spinge la ragazza a intraprendere con il padre un viaggio sospeso tra commedia e dramma, nella cornice crudelmente ironica di un uomo condannato a tale condizione dopo aver trascorso la vita intera a documentare realtà altrimenti destinate all’oblio. Lo scopo del viaggio diventa in ultimo un mero pretesto, arricchendo nel proprio corso in modo consistente il legame che unisce tutta la famiglia, specialmente il rapporto tra la giovane Camille e il padre.

Il titolo del film acquisisce in questo modo un’ambiguità dolceamara, sfumando il confine tra la Camille che si stava cercando e la protagonista stessa, che nel riscoprire un padre conosciuto forse troppo poco finisce inevitabilmente per ritrovare sé stessa, la propria identità, la propria memoria.

Recensione di Silvia Bragagnolo


 

“Le cose migliori della vita sono sempre fuori programma”.

Di solito una partenza richiede una certa organizzazione, ma non in questo road movie firmato Bindu De Stoppani, dove Camille si affida alla follia nell’inseguire quella del padre, ex reporter di guerra malato di Alzheimer. Dopo il suo licenziamento, la protagonista estromette la razionalità dalla sua vita partendo su un iconico Westfalia alla ricerca di una sconosciuta omonima, sperando che un viaggio nel tempo in Bosnia possa far ritrovare al padre la memoria perduta, evitandogli la prigionia della casa di riposo in cui vuole confinarlo il figlio-avvocato Ugo.

L’odissea nei luoghi del ricordo porterà pare e figlia a riscoprire se stessi e incontrare amore e avventura. Viaggiando tra oggetti significativi e frasi apparentemente sconnesse, le battaglie per ricostruire una persona e un affetto si incrociano, sullo sfondo di un paese in cui sono ancora fortemente riscontrabili le conseguenze della guerra. Per Camille, come per la Bosnia, la diminuzione della memoria comporta una riduzione dell’identità, e più la protagonista lotta per il padre più scopre di non aver mai avuto tempo per comprendere se stessa. Ma, come insegna questo film divertente e sincero, le cose migliori della vita sono sempre fuori programma, ed è fuori dalla trama ordinaria che i personaggi trovano finalmente il loro posto nel mondo.

Recensione di Mario Parolari