Chia, la pittura è una macchina per pensare

Quella di Sandro Chia (Firenze, 1946) non è tanto una rivendicazione della pittura in sé, ma della possibilità di fare ancora pittura (“la pittura – ha detto – accompagna il destino dell’uomo, è fondamentale come il cibarsi, od il procurarsi un ricovero”); dipingere è per lui un po’ come ritrovare le proprie radici e nello stesso tempo uno di quei “territori” che consente di proiettarsi e immergersi in uno spazio immaginativo, sperimentale e creativo, nella dimensione forse più originale, rassicurante e insieme inquietante; tanto che ogni opera è per lui una nuova avventura, spirituale, mentale ed estetica: “Il quadro – sono ancora sue parole – va aggirato, corteggiato; va ingannato, pure. In esso si mischiano memorie, sì, ma anche i disparati elementi della vita di tutti i giorni. E’ una ridefinizione dell’intero apparato logico e percettivo, che nella quotidianità diamo per scontato; nella pittura scopri mille vie, sempre differenti, e sconfinate”.

In un’intervista rilasciata ad Enrico Giustacchini e pubblicata su “Stilearte” del 21 settembre 2015, Sandro Chia offriva degli spunti molto utili per addentrarsi nella sua concezione, oltre che pratica, della pittura: “La pittura – diceva – è una macchina per pensare: a partire dalle sue forme più elementari, perfino nel disegno di un bambino. Oggi è più difficile accedervi: c’è un’inflazione di immagini, probabilmente perché non si vuole che pensiamo. L’ambito in cui opero ha le sue responsabilità. Consideriamo l’arte concettuale, dove il pensiero è preconfezionato, minimalizzato. Io sostengo invece la necessità di un’arte a rischio e pericolo dell’artista; no alle scorciatoie, no all’essenzialità (mi riferisco all’essenzialità dell’effetto, naturalmente; l’essenzialità ‘interna’ alle immagini va benissimo). E’ questo l’aspetto più interessante della pittura; lo è sempre stato, fin dall’inizio, fin da quando il dipingere era tramite e racconto di divinità e magie”.

Una riflessione che può essere di grande utilità per chi visita la bella mostra “Sandro Chia. I Guerrieri di Xi’an”, fino al 31 marzo 2018 alla Pinacoteca “Corrado Giaquinto di Bari, curata da Clara Gelao e Enzo Di Martino, oppure sfoglia le pagine dell’elegante catalogo edito da Papiro Art. Che aiuta cioè a comprendere quanto “centrale” sia stata la pittura nell’opera del maestro fiorentino. La mostra barese, infatti, pur documentando solo un momento particolare e straordinariamente fertile della ricerca espressiva dell’artista, riesce comunque a consegnare al pubblico una visione più completa, se non esaustiva (il che sarebbe quasi impossibile), del suo mondo poetico, ricco di fantasia e di sempre originali soluzioni estetiche; induce quindi a ritornare al nucleo centrale che attraversa la sua vicenda eclettica e sfuggente comunque a schematismi di comodo, che è poi una costante riaffermazione di questa “centralità”, lasciando alle sculture in terracotta il compito di attenersi alla figurazione, mentre assegna al colore e al gesto pittorico la libertà ultima e definitiva dell’espressione; in un affascinante gioco di audaci azzardi creativi, di suggestioni sottilmente giocate tra Oriente e Occidente, tra archeologia e pittura, tra tridimensionalità spaziale e segno pittorico. Tra meditazione e trasformazione alchemica, Sandro Chia porta a compimento un processo creativo di appropriazione “picassiana”, secondo la definizione di Di Martino, apponendo sulla superficie scultorea il proprio gesto pittorico fatto di un cromatismo di forte irruenza.

Quella realizzata dal Museo barese, sotto la sapiente direzione della Gelao, è un’affascinante operazione espositiva , che stimola un “dialogo” diretto tra la creatività contemporanea del maestro fiorentino con le antiche opere dei Vivarini e di tutta la collezione permanente, coniugando presente e passato. In questo speciale contesto espositivo, in cui viene evocata la grande pittura veneta, e non solo, si esalta l’opera di Chia; come ci dice ancora Di Martino: “Chia ha così messo in atto, fin dal 2009, tempo, quella della ‘appropriazione formale’, all’interno del suo mondo immaginativo, di queste sculture millenarie, intervenendo su di esse con le sole ‘armi’ che conosce una decisione, certamente ambiziosa, formalmente rischiosa ed eroica allo stesso tempo e che gli sono congeniali, quelle della pittura”; lui che è stato uno dei primi, tra i compagni di strada della Transavanguardia, il movimento fondato da Achille Bonito Oliva, a ribadire la necessità di tornare al potere allegorico dell’opera e a riportare in auge la pittura in un momento in cui sembrava “scandaloso” lavorare con tavolozza e pennelli.

 

Sandro Chia e i guerrieri di Xi’An

Pinacoteca Giaquinto, Bari

21 ottobre 2017-31 marzo 2018