Il rapporto tra poesia e teatro è sempre stato fonte di discussione. Per limitarci agli ultimi decenni, celebre è il parere negativo di Giovanni Raboni, poeta e per molto tempo critico teatrale del «Corriere della Sera», che all’inizio dei Novanta, a proposito del nesso verso/rappresentazione affermava: «più difficile che cavar sangue da una rapa». Eppure Patrizia Valduga, peraltro legata a Raboni, rivendicava il potere teatrale della propria opera, che infatti viene presa in considerazione, dal punto di vista scenico, anche da Luca Ronconi, che nel ’92 cura lo splendido poemetto Donna di dolori, affidato al magistero interpretativo di Franca Nuti. Questo è solo un esempio, naturalmente, di riuscita ‘sinergia’ tra prosodia e palcoscenico. Moltissime infatti, nell’ultimo trentennio, sono le messinscene dedicate a grandi poemi del passato, a cominciare, anche qui soltanto a titolo esemplificativo, dall’indovinata trilogia dantesca realizzata da Federico Tiezzi con la sua compagnia tra l’89 e il ’92.

Ma probabilmente, nell’accezione del critico e traduttore della Recherche, il campo si restringeva più propriamente alla poesia lirica, all’espressione intima e individuale, e alla sua effettiva presa scenica. Sull’efficacia e sulle potenzialità teatrali di quest’ultima nello stesso periodo si era espresso invece favorevolmente – in ideale risposta a Raboni – Franco Quadri, parlando proprio del lavoro della Valduga e in seguito della scrittura magmatica ed evocativa di Mariangela Gualtieri, che spesso e tuttora si fa ‘lettrice’ dei propri testi. La questione dunque non sembra sussistere nella compatibilità o meno tra i due mezzi espressivi, quanto nelle singole proposte che dalla poesia partono per arrivare alla scena. E questo convoca inevitabilmente nel dibattito elementi chiave come il corpo e la voce, o meglio il loro utilizzo al servizio del verso. Maestra indiscussa, in questo senso, è certo Chiara Guidi, che nel corso della sua fortunata carriera ha indagato le pieghe e i meandri più nascosti della vocalità, sin dai tempi di Voyage au bout de la nuit, lo strepitoso omaggio a Céline del ’99 in cui l’artista, oltre a recitare, aveva anche ideato la drammaturgia musicale e la partizione vocale.

Un omaggio assai più recente è quello che la fondatrice della Socìetas ha voluto porgere a un’altra grande scrittrice del Novecento, Nelly Sachs (1891-1970), nello spettacolo-reading Lettere dalla notte, che ricava il titolo dall’omonimo libro della Sachs. La desolazione, ma anche la voglia di vivere ed emozionarsi di questa poetessa tedesca di origini ebraiche, che scampa alla prigionia per rifugiarsi in Svezia, emergono prepotentemente dalla lettura drammatica che la Guidi ha presentato il 19 ottobre al Teatro Ca’ Foscari di Santa Marta. I versi, alternati a stralci della corrispondenza tra la Sachs e Paul Celan, rivivono in un’accuratissima, palpitante partitura vocale che tocca tutte le sfumature del dire scenico, costruendo immaginifiche pause ritmiche che immergono lo spettatore in un flusso inesausto di percezioni. Accompagnata dalle potenti sonorità live di Natán Santiago Lazala e da un coro di impeccabili studenti universitari, che divengono il controcanto dell’io narrante, l’attrice restituisce e rende quasi palpabili le inafferrabili e rarefatte atmosfere evocate dalle diverse liriche.

Un’inaugurazione memorabile per una stagione che si preannuncia qualitativamente eccellente, rendendo il teatro di Ca’ Foscari un vero e proprio laboratorio della scena italiana contemporanea, declinata nei molti differenti rivoli in cui essa si dirama.