“Coco” di Lee Unkrich e Adrian Molina

Vincitore del Golden Globe come Miglior Film d’Animazione e in lizza per l’Oscar nella medesima categoria, Coco di Lee Unkrich – seconda prova alla regia dopo Toy Story 3 – La grande fuga (2010) – e Adrian Molina – esordiente in veste di coregista – è l’ultimo film targato Pixar che coniugando la tradizione religiosa messicana con la musica conduce lo spettatore in un mistico viaggio alla riscoperta del calore della famiglia.

In quel di Santa Cecilia si avvicina il día de muertos, in occasione del quale Miguel – in originale doppiato dal giovanissimo e promettente Anthony Gonzalez – spera di potersi esibire con la chitarra: il suo mito è il fu Ernesto de la Cruz, il più grande cantautore di sempre, col quale sospetta di essere imparentato. Tra i familiari vige però il tabù della musica sin da quando il loro trisavolo – un musicista, appunto – abbandonò la moglie Imelda e la figlia Coco – bisnonna ancora in vita di Miguel, da cui il titolo – a se stesse.

Il giorno fatidico, privato dello strumento, il piccolo decide di prendere in prestito la chitarra di de la Cruz dal mausoleo in cui è sepolto, ritrovandosi per magia a camminare tra i morti. Dopo l’iniziale spavento, Miguel deciderà di cogliere l’occasione per conoscere la verità sul suo albero genealogico, in una corsa contro il tempo per riuscire a tornare a casa.

Una prima, inevitabile lettura di Coco è quella alla luce dei provvedimenti varati dal presidente americano nei confronti degli immigrati di origine messicana: traducendo in animazioni la ricchezza caleidoscopica del folclore e dell’arte di questa terra, la Pixar sembra voler dire «no» al recente riflusso xenofobo nel segno dell’integrazione, la stessa integrazione riservata a Miguel una volta giunto nel regno dei morti.

Al di là di questo lodevole intento, la rappresentazione dell’aldilà non è però molto edificante: chi era ricco e famoso in vita continua a esserlo dopo il trapasso grazie alle offerte tributategli dagli ammiratori nell’aldiquà, mentre chi non ha parenti che lo commemorino finisce dimenticato e alla lunga svanisce – una sorta di «morte nella morte», oltre la quale vi è l’ignoto; d’altro canto, questo aspetto, oltre che a rispecchiare la religiosità precolombiana – in cui non esistono un Inferno e un Paradiso eticamente connotati –, serve a sottolineare l’importanza della memoria nell’elaborazione del lutto. La pellicola ha infatti il merito di portare a compimento la sua missione pedagogica prendendo di petto la questione della morte – fatto raro nell’animazione rivolta a un pubblico infantile –, edulcorandola con la promessa di una comunione coi nostri cari scomparsi proprio nel día de muertos, ben più tangibile della tanto decantata vita eterna – peraltro non data per scontata, come si è appena detto.

A ben guardare la fantasmagoria di luci e colori e il character design dei defunti, Coco rivela un grosso debito sul piano estetico nei confronti di un film d’animazione analogo, Il libro della vita (2014) di Jorge Gutierrez, tanto da rasentare pericolosamente l’imitazione non fosse per alcune trovate originali, come la topografia dell’oltretomba con i suoi mezzi di trasporto e luoghi di divertimento e la presenza degli alebrije, gli sgargianti spiriti custodi che ci sarebbe piaciuto vedere di più in scena, ricoprendo magari un vero ruolo piuttosto che in funzione di mera decorazione.
Inoltre, cosa strana a dirsi per un lungometraggio che pone la musica al centro della sua poetica, Coco presenta una gestione delle tempistiche non ottimale e un numero di momenti musicali degni di questo nome molto esiguo. Miguel, col suo incessante andrivieni da uno scenario all’altro, si impantana continuamente e procede nell’avventura facendo ricorso troppo di frequente a aiuti esterni, il che, oltre a annoiare, alla lunga svilisce il suo Bildung.

Forse non proprio il film che ci era stato promesso, ma vale comunque l’attenuante del debutto per Unkrich e Molina, per la prima volta insieme alla guida di un progetto così complesso, che nonostante alti e bassi consegue il suo scopo precipuo: meravigliare e scaldare il cuore.