“Colo” di Teresa Villaverde

Lisbona: una famiglia in crisi

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Foto © Alce Filmes

“La parola “colo” per il pubblico portoghese non ha un solo significato, bensì si usa quando si ha un bambino in braccio, oppure quando si è confusi o si provano emozioni diverse e strane. Per questo non l’ho voluta tradurre e l’ho voluta come titolo di questo film.” Così spiega la cinquantunenne regista e produttrice portoghese Teresa Villaverde nel presentare il suo lavoro in concorso al 67. Festival di Berlino.
Un film che ha diviso il pubblico in favorevoli o contrari, ma che non ha lasciato indifferenti.

Colo – Foto © Alce Filmes

Nelle oltre due ore della pellicola di fatto non succede qualche cosa in particolare, ma il tempo fluisce nella quotidianità di una famiglia vista con sguardo discreto e attento. “La crisi economica attuale ha messo in risalto difficoltà latenti: sappiamo che qualcosa vogliamo, ma non sappiamo che cosa; l’emergenza economica va al di là dei problemi finanziari, richiama incomunicabilità e solitudine. La grave disoccupazione tra 40/50enni inficia i loro rapporti con i figli”, prosegue la regista.

Nel film una famiglia piccolo borghese (madre, padre disoccupato e figlia 17enne studentessa), vive in una appartamento elegante e lindo di Lisbona. Ma quando viene loro staccata la corrente per morosità, anche le piccole cose prima quotidiane come ricaricare il cellulare diventano difficili, la solidarietà è scarsa.

Colo – Foto © Alce Filmes

La madre lavora anche di notte e si accolla le maggiori responsabilità e decisioni, diventando via via sempre più stanca, quasi un’ombra nella casa. Il padre compie azioni strampalate; la figlia cerca di allontanare i problemi astraendosi con amici, piccole droghe e aiutando una compagna di classe molto irresponsabile e incinta, non si sa bene se del padre dell’amica o di chi altri.

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Colo – Foto © Alce Filmes

La critica alla società, che il film si vorrebbe proporre, è però troppo indiretta per essere incisiva; troppo facile dare tanta importanza a lunghe e belle immagini e a estenuanti e delicati silenzi: il risultato è che è tutto così implicito da perdere di comprensibilità. Probabilmente anche la recitazione distaccata e monocorde non giova alla resa emotiva.