Dialogo con Koji Yamamura – Convegno di Studi “L’animazione e le Arti”

Intervista via Skype a Koji Yamamura

Koji yamamura

Ad aprire il pomeriggio della prima giornata di interventi è stato il dialogo con il pioniere dell’animazione sperimentale Koji Yamamura, alias “il maestro della forma”: autore visionario e animatore già in giovanissima età, Yamamura ha raggiunto la notorietà internazionale con Atama YamaIl Monte Testa– , candidato all’Oscar nel 2003 e premiato ad Annecy nello stesso anno. L’intervista, avvenuta via Skype, è stata condotta e tradotta in tempo reale dalla prof.ssa Maria Roberta Novielli, docente di Storia del Cinema presso Ca’ Foscari e autrice del fondamentale Animerama – Storia del cinema d’animazione giapponese.

Signor Yamamura, lei lavora spesso con autori molto giovani: perché?

Mi capita di frequente di collaborare con le università, dove il mio compito è quello di spiegare agli studenti come realizzare animazioni passo dopo passo, quindi in un certo senso la collaborazione coi giovani diventa naturale.

Riconosce ancora nelle sue opere l’influenza di maestri come Ishu Patel e Yuri Norshtein o ritiene che il suo mondo sia diventato qualcosa a sé stante?

Sento con forza le influenze dei miei maestri come le sentivo trent’anni fa: ammiro le loro opere anche se devo dire che la mia arte ha preso un’altra strada.

Come nasce l’idea di Japanese-English Pictionary?

Fu una delle mie primissime opere. All’università avevo studiato pittura a olio ma nessuno mi aveva insegnato le tecniche di animazione: si trattò quindi di un’opera formativa con cui cercai di capire quale tecnica si addicesse di più al mio stile. Capii in seguito che ero in grado di passare agevolmente da una tecnica all’altra e che a loro volta tutte le tecniche confluivano l’una nell’altra.

Com’è stata la collaborazione con la NHK per la produzione di animazioni per bambini?

Dopo aver realizzato le mie prime animazioni rivolte a un pubblico adulto, mi resi conto che per guadagnarmi da vivere avrei dovuto rivolgermi a un pubblico infantile, ma anche dopo essermi messo all’opera il mio sogno restava quello di tornare all’animazione per adulti. In quel periodo ebbi però la fortuna di trovarmi in mezzo a molti bambini e potei osservare il mondo attraverso i loro occhi.

Koji Yamamura

Parliamo di Atama Yama, considerato il suo capolavoro. Per un’animazione di 10 minuti ha realizzato a mano 15mila tavole, conseguendo un risultato in cui solamente il protagonista appare dettagliato mentre il resto è appena abbozzato, con una particolarissima visione di movimento. Come nasce questo progetto?

Questa animazione è partita da un’idea che poi ha incontrato alcune difficoltà nella sua realizzazione: inizialmente, volevo che dicesse qualcosa della città di Tokyo, dei suoi edifici, della fioritura dei ciliegi, ma poi mi sono reso conto della necessità di optare per la semplicità dell’animazione a linee. In realtà, vista le tecnica che ho adottato è semmai il personaggio principale a risultare abbozzato mentre risalta di più ciò che gli sta intorno. Quello che mi spinse a intraprendere il progetto furono i ritmi della televisione, che certo garantiva più mezzi e sicurezze ma anche orari di lavoro più rigidi: avevo bisogno di un soggetto a cui potessi dedicare tutto il tempo che volevo e mi sono lasciato come assorbire da esso. La riflessione che sta alla base di Atama Yama è che spesso viviamo senza avere una precisa sensazione della nostra esistenza fisica, svincolati dalla realtà che invece sembra andare avanti autonomamente e automaticamente. Per questo ho scelto come protagonista un personaggio che appartiene al Giappone del passato che fatica a inserirsi in una realtà che non lo rappresenta.

Koji Yamamura

Qual è il suo rapporto con il testo di partenza? Penso a Il vecchio Coccodrillo e a Un medico di campagna.

Le opere che ha citato risalgono a un periodo in cui preferivo utilizzare i soggetti originali, mentre ora intervengo maggiormente sul testo per creare qualcosa di veramente mio,  per dare una mia impronta.

Koji Yamamura

Come è stata la collaborazione con il National Film Board of Canada e l’utilizzo del software McLaren per la realizzazione di Five Fire Fish?

La collaborazione è stata graduale e si è fatta più intensa man mano che le mie opere ottenevano sempre più riconoscimento all’estero. Inizialmente, il progetto prevedeva solo di mostrare le potenzialità della McLaren’s Workshop App, ma per me è stata un’esperienza totalmente nuova poter creare animazioni su iPad semplicemente con un dito, senza bisogno di essere nel mio studio.

Koji Yamamura

Nel suo ultimo lavoro, Le corde di Muybridge, possiamo distinguere due piani: l’uomo che diventa universale e l’uomo nella sua fragilità. Cosa intendeva comunicare?

Il vero tema di quell’animazione è il tempo, rappresentato dai due personaggi femminili: ci è impossibile fermarlo o trattenerlo. Di sicuro Muybridge ha fatto per il cinema qualcosa che durerà nella Storia ma contemporaneamente volevo rappresentare la sua fragilità nei rapporti umani, che lo vincola alla dimensione terrena. Un altro piano fondamentale per interpretare l’opera è poi la musica di Bach.

Koji Yamamura

Come mai tanta attenzione per temi così occidentali?

Sono affascinato soprattutto da quello che era l’ambiente culturale del vecchio continente cento anni fa, per quanto apprezzi anche la cultura europea attuale. Anche Monstrology, la mia prossima opera, si rifà a una serie di temi appartenenti a quel periodo.