Convegno di Studi “L’Animazione e le Arti” – Prima Giornata

Gli incontri di Giovedì 20 Ottobre

A distanza di due anni dalle giornate di studio e proiezioni Il Cinema d’Animazione e l’Italia, la città del Santo torna a parlare di animazione in occasione del Convegno di Studi L’Animazione e le Arti, tenutosi in data 20 e 21 Ottobre. L’incontro è venuto a cadere a poco tempo dalla conferma che proprio il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Padova sarà sede dal 3 al 7 Luglio della XXIX Edizione del Convegno Annuale della Society for Animation Studies, per la prima volta in Italia.

L’iniziativa, ideata dal docente di History of Animation dell’ateneo patavino Marco Bellano, è stata coordinata da Alberto Zotti Minici, docente di Storia del Cinema e della Fotografia, e si è avvalsa della partecipazione di studiosi del calibro di Giannalberto Bendazzi, critico e storico del cinema d’animazione di fama internazionale, e Maria Roberta Novielli, direttrice artistica del Ca’ Foscari Short Film Festival e docente di Storia del Cinema presso l’ateneo veneziano. Indispensabile inoltre il contributo del CINIT – Cineforum Italiano e della Scuola Comics di Padova, non solo in fase organizzativa ma anche per gli esperti che da entrambe le parti hanno deciso di aderire.

La prima giornata si è aperta in Aula Diano a Palazzo Liviano con Giuliana Nuvoli, docente di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi di Milano e dal 2009 impegnata nel progetto di ricerca Dante e il Cinema. Nel corso del suo intervento I film di animazione sulla Divina Commedia è stata proposta una carrellata di adattamenti animati del capolavoro dell’Alighieri. «Per fare un buon film –ha esordito la professoressa– occorrono una buona storia e un buon protagonista: nella Commedia ci sono entrambi, e il cinema d’animazione è stato in grado di impossessarsi in maniera incredibile del Dante personaggio». Nell’Inferno Dante tradisce le incertezze, le paure, il senso di angoscia di un adolescente, che matura nel Purgatorio fino a raggiungere la senectus nel Paradiso: all’inizio del suo viaggio è più spaventato di quanto non lo sia il lettore medio, e proprio per questo è in grado di farlo immedesimare prendendolo per mano.

Passando al tema del convegno, secondo la prof.ssa Nuvoli si possono distinguere tre livelli della trasposizione animata: il primo livello è quella della semplice citazione, come ne I Cavalieri dello Zodiaco (1986), dove alcune situazioni e dialoghi rappresentano dei diretti richiami all’opera dantesca; abbiamo poi il livello del riferimento, come in Dante’s Inferno (2008), una suggestiva animazione di marionette di cartone in cui l’inferno è quello che gli uomini creano in terra, un mondo violento e degradato in cui Dante, così come ogni altra anima, si sente smarrito; troviamo infine la trasposizione pura e semplice, non sempre molto fortunata. In quest’ultimo caso «il cinema, d’animazione come dal vivo, ha fallito, eccezion fatta forse per la versione cinematografica del 1911». La quantità di simboli, segni, rimandi, è tale che è impossibile fissare un’opera simile sullo schermo: quello cui bisogna aspirare sarebbe pertanto un compromesso tra cinema e letteratura, correttamente intuito da alcuni videogiochi che attraverso una sintesi di elementi per nulla danteschi sono riusciti a comunicare un’etica che lo è in tutto e per tutto.

Dante's Inferno (2008)

A seguire, Paola Bristot, docente di Storia e Linguaggi dell’Arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia nonché presidente dell’associazione Viva Comix, ha illustrato nel dettaglio la mostra Animazioni italiane tenutasi il Maggio scorso a Palazzo Costanzi a Trieste. In qualità di curatrice, il suo intento era di «allestire un’esposizione autoriale esattamente come le opere degli animatori che vi sarebbero state esposte». Il settore dell’animazione apre oggi prospettive amplissime, e per il futuro la prof.ssa Bristot punta a organizzare una mostra dove si possano raccogliere rappresentanze artistiche provenienti da ogni parte d’Italia: il nostro Paese soffre infatti di grandi difformità, nel senso che ogni artista presenta uno stile unico e originale ma non esiste un grande centro di produzione come nel resto d’Europa. Da un lato, questo permette uno sviluppo totalmente autonomo della poetica individuale ma dall’altro rende più difficile esprimerla.

Per quanto concerne Animazioni italiane, oltre a pensare come sfruttare gli ambienti il suo compito è stato quello di trovare il modo di valorizzare le singole opere: la prima sezione, Il disegno animato, raccoglieva le serigrafie della Scuola di Urbino, tra cui quelle del noto grafico e animatore Gianluigi Toccafondo; la seconda sezione, Tecnica mista, era invece dedicata a linguaggi espressivi meno convenzionali di autori del Centro Italia, come il gioco di luci di Alvise Renzini Ci sono gli spiriti, trasposizione di un sogno di Carl Gustav Jung; infine, l’ultima sezione Digital video era riservata alle tecniche digitali del Centro Sperimentale di Torino. Dopo l’esordio a Trieste, l’esposizione arriverà anche al festival Monstra di Lisbona.

Animazioni Italiane-Trieste

A chiudere la mattinata, Massimo Pegoraro, docente di Animazione Tradizionale presso la Scuola Comics di Padova e collaboratore del Gruppo Alcuni, ha spiegato come i giovani animatori vengano formati in ambito professionale. Il suo metodo prevede prima di tutto l’acquisizione di una certa confidenza con la matita, dal momento che «anche chi desidera fare animazione al computer deve avere della basi tecniche assodate coi mezzi analogici». Solo negli ultimi due anni si insegna a utilizzare i software digitali: gli insegnamenti del primo anno di corso sono infatti gli stessi che Walt Disney impartiva 40 anni fa alle nuove leve. Le prime animazioni che gli studenti realizzano consistono in solidi geometrici elementari in moto, della durata di qualche istante –cosa non da poco, se si considera che lo standard richiesto è di 24 disegni al secondo.

Il convegno è ripreso nel pomeriggio presso la Sala delle Edicole di Palazzo del Capitanio con il dialogo tra Maria Roberta Novielli e Koji Yamamura, di cui proponiamo in separata sede una sintesi dedicata. Dopo le domande del pubblico a Yamamura, è stato il turno di Guido Bartorelli, docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Padova, che ha riproposto il cortometraggio sperimentale Rhytmus 21 dell’avanguardista tedesco Hans Richter. Nella sua ricerca sulle avanguardie della videoarte del primo Novecento, il professor Bartorelli ha voluto approfondire il tema della continuità tra cinema e arti visive: per Richter, «i problemi dell’arte moderna condussero direttamente al film», sicché si giunse a un’ibridazione tra quest’ultimo e movimenti quali Cubismo, Dadaismo e Astrattismo.

Rhytmus 21 –risalente appunto al 1921– è l’unico capitolo della serie Film ist Rhytmus pervenutoci integro, con cui Richter diede corpo a una delle maggiori aspirazioni dell’arte pittorica, ovverosia conquistare la dimensione del movimento e del tempo. L’opera fu frutto del sodalizio tra Richter e lo svedese Viking Eggeling, regista vicino al Dada ma ancora legato alle avanguardie antecedenti il primo conflitto mondiale, che stava sperimentando un nuovo metodo per lo studio delle forme consistente nel disegnare su lunghi rotoli di carta immagini in sequenza. Per i due Rhytmus 21 rappresentava il manifesto di una nuova arte, in cui il cinema era soltanto il supporto tecnico che ne rendeva possibile la realizzazione: il “ritmo ottico” –così battezzarono questa forma di espressione– si basa sull’assunzione fondamentale che «nel film non ci sono propriamente immagini, quindi la definizione moving pictures in realtà non dice nulla della sua essenza».

Hans Richter-Rhytmus 21 (1921)

Il pomeriggio è stato ulteriormente arricchito dalla conversazione tra Leonardo Carrano, pittore e animatore sperimentale i cui film sono stati presentati ai più prestigiosi festival europei, e Giannalberto Bendazzi, autore dei capitali Cartoons: One Hundred Years of Cinema Animation e Animation: A World History. Raccontando al pubblico il suo approdo al mondo dell’animazione, Carrano ha affermato: «Ho studiato assieme a persone che si occupavano di cinema ma in realtà non lo ho mai studiato in prima persona: il primo ad avermi indicato questa direzione fu Gianpaolo Berto, che vedendo le mie lastre una volta mi disse che probabilmente ero portato per fare cinema».

Nel fare i suoi film Carrano ha sempre lavorato in solitudine o con pochi collaboratori, e pur senza alcuna forma di supporto economico è riuscito a produrre opere di grande intensità in cui prevale una sensazione di sinestesia strettamente legata alla musica, con una varietà di tecniche che spazia dal 3D all’encausto. Per Carrano, il dovere fondamentale dell’artista è difendere la libertà intellettuale, senza farsi includere nelle categorie di pensiero che vanno per la maggiore, poiché «libertà significa liberarsi del proprio imprinting». Bendazzi ha poi preso la parola aggiungendo che anche il critico ha un suo dovere, che non è solo quello di formulare giudizi: al contrario, il critico «non deve mai essere estraneo alla società in cui vive e ha il dovere di interpretarla attivamente».

Credits: CINIT
Credits: CINIT

In seguito alla proiezione di Noiselevel, uno dei lavori più apprezzati di Carrano, la giornata si è conclusa con il contributo di Davide Stefanato, docente di Sceneggiatura per le Serie Animate e il Fumetto presso la Scuola Comics, che con grande simpatia ha discusso con il pubblico dello statuto dello sceneggiatore. A detta del professor Stefanato, «mentre uno scrittore vede la sua opera prender subito forma, uno sceneggiatore deve attendere anni prima che ciò possa accadere, e a maggior ragione nel campo dell’animazione».

Tuttavia, proprio in questa “frustrazione” risiederebbe al contempo la magia del mestiere, poiché il prodotto finito è frutto della sintesi tra l’idea di partenza e la visione di colui al quale è stata affidata: in breve, «bisogna far sì che il talento e la creatività siano al servizio del processo produttivo». Se si vuole che la propria idea veda la luce, è necessario avere in primo luogo un’ottima conoscenza del pregresso così come dei progetti in fase di sviluppo, quindi aver ben presente il target di riferimento: si pensi a Peppa Pig, un cartone dal target perfettamente calibrato che ha svelato al mercato le potenzialità del pre-school. Insomma, quando si scrive «dobbiamo ricordare che stiamo scrivendo certamente per noi stessi, ma prima di tutto per gli altri»: solo così le nostre visioni potranno un giorno animarsi.