Damien Hirst a Punta della Dogana e Palazzo Grassi

A Venezia Tresaures from the Wreck of the unbelievable. Damien Hirst

È la prima volta che un artista occupa per una sua mostra sia la Punta della Dogana che Palazzo Grassi, ma ne valeva la pena.

Damien Hirst nelle ariose sale della Dogana e del Palazzo Grassi, tuffandosi nell’epos dell’antica Grecia, ha voluto misurarsi con i ciclopi. Lo stesso Logos Tresaures from the Wreck of the unbelievable. Damien Hirst lo preannuncia: un incredibile Hirst. È l’artista dalle vaste e gigantesche istallazioni dove denuncia, incrina e purifica la presunzione delle certezze dell’uomo sapiens, allineando i dubbi nell’umiltà di umanissime disamine, rivestendole della sublimazione dell’arte pura.

Racconta la storia dell’antico naufragio della leggendaria grande nave Apistos esponendone il prezioso carico riscoperto. È l’imponente collezione appartenuta al liberto Aulus Calidius Amotan, destinata a un auspicato tempio dedicato al Dio Sole in oriente.

L’opera di Hirst sonda il mistero delle aspirazioni umane, spingendosi con l’ispirazione oltre le colonne d’Ercole dell’impossibilità cognitiva, sognando in grande, colorando l’immaginazione di riposanti, ubriacanti e meditate magie, aprendo nello stesso tempo nuovi percorsi nei tracciati dell’arte.

Si vive nelle numerose sale la sublimazione artistica della disamina dei più impensabili reperti dell’arte greca antica che l’archeologia sottomarina più sofisticata ci abbia donato: oggetti dalle microscopiche fatture alle statuarie divinità, alle voluminose fragranze dell’orificeria del tempo, riportandoci senza paludamenti una testimonianza esatta di quel percorso storico: monili, spille bracciali, orecchini, collane, statue, purificati dai coralli e madrepore o abbelliti dagli stessi.

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L’artista provoca i fruitori con il gigantismo delle deità pagane ornate con fantasia delirante del colorismo ineffabile della flora sottomarina.

Proprio la prima sala della Punta della Dogana lascia attoniti o perplessi i visitatori imponendo il ponderoso bronzo del Calendar Stone, con il suo immenso disco istoriato di cerimonie minuziosamente programmate. Di fronte si innalza vertiginosamente la scultura bronzea monumentale The Warrior and the Bear, invasa festosamente dalla proliferazione dei coralli: una coreografia di fanciulle ateniesi che simulano le gestualità di un’orsa al fine di placare Artemide, la dea della caccia.

Pure l’atrio di Palazzo Grassi gli sguardi affrontano il gigantismo del bronzeo re dei demoni del venti, il dio babilonese Pazuzu, provvisto di mostruose fauci spalancate a feroci devastazioni. La statua si innalza imperturbabilmente sovrana sino alla sommità dei piani, mostrando con spocchia tutta la sua possanza.

Le varie Gorgoni, gli Appolli, i Cerberi, le Divinità marine, invidiabili i Protei, le Idri spaventose, le Meduse, le Cornucopie, i Cerberi, in tutte le versioni mitologiche, modellati in oro, argento, in marmi pregiatissimi: meravigliose varianti della fantasia dell’artista che scorgeva in loro la sublimazione dei suoi sogni, delle sue ricerche artistiche, del suo riposo sicuro, lontano dai bisbigli dell’umana presunzione.

Ha collaborato Farida Monduzzi