“Dark Night” di Tim Sutton

Il massacro di Aurora, Colorado, è metafora della violenza che spaventa gli Stati Uniti

Il primo frame di Dark Night è un primissimo piano su un occhio spalancato e fisso su cui si riflettono le luci di una scena del crimine. È come se il regista Tim Sutton ci stesse volontariamente offrendo una chiave di lettura e, allo stesso tempo, un mezzo per comprendere ciò a cui stiamo per assistere. Quello del regista americano è un film sull’atto dell’osservare, del guardare senza giudicare e senza essere distratti da quelli che lui stesso definisce elementi secondari, quasi accessori, come lo sono per esempio i dialoghi che nel film sono quasi assenti. Non è un film facile da seguire ma la chiave del cinema di Sutton sta proprio in questo: sono le opere difficili a lasciare qualcosa allo spettatore.

Il terzo lungometraggio di Tim Sutton, presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 73 dopo che lo stesso regista aveva vinto con il suo Memphis il premio come miglior film alla prima edizione di Biennale College, ci offre una lucida e cupa prospettiva sul massacro avvenuto ad Aurora, Colorado, quando il ventiquattrenne James Holmes è entrato in un cinema armato durante la prima del film Il cavaliere oscuro – Il ritorno, uccidendo 12 persone e ferendone 58.

Trattandosi di una storia dall’epilogo annunciato, Dark Night non cerca il sensazionalismo nel raccontare gli eventi che precedettero la strage ma, quasi con atteggiamento documentaristico, si limita a osservare con distacco lo scorrere delle vite di alcuni dei protagonisti della strage. Tra questi si nasconde il killer e, nonostante sia chiaro da subito che Holmes farà parte della carrellata di personaggi, con le sue scelte di regia Sutton non ci mette immediatamente nella condizione di riconoscere l’omicida. Presentandoci una serie di individui semplicemente intenti a vivere le loro vite quotidiane, incontriamo tra gli altri un soldato reduce probabilmente dalle guerre in Medio Oriente e un gruppo di skater adolescenti; il primo si reca a sparare in un poligono di tiro con l’insegna “Team Glock” mentre vediamo uno dei giovani tingersi i capelli di arancione.

Già di per sé queste scene ci destabilizzano mettendo in discussione l’effettiva identificazione del killer ma il regista fa di più traendo spunto dai reali dettagli di Aurora per confondere le idee con stile: il Team Glock è un evidente richiamo alla pistola Glock 22 che James Holmes aveva nel suo personale arsenale di armi con cui ha compiuto la strage mentre il tingersi i capelli di arancione è un chiaro riferimento al processo a cui è stato sottoposto lo stesso omicida a seguito della strage e a cui si è presentato con i capelli tinti proprio di arancione.

Non si può certo dire che quella del regista sia, però, una scelta puramente formale: il film è, infatti, permeato di una violenza repressa che in molte scene crea un’altissima tensione nonostante gli eventi rappresentati scadano nel banale se non nell’inutile. Quello che Sutton vuole rappresentare è uno dei tanti angoli bui degli Stati Uniti contemporanei in cui chiunque può rappresentare una minaccia per il prossimo e la comunità.

Il titolo del film, oltre a essere un chiaro riferimento al capolavoro di Nolan, è anche la descrizione di un particolare momento storico oscurato da continui ed efferati atti di criminalità spesso senza senso; questo aspetto è anche sapientemente reso visibile dalla fotografia del film che infonde toni spettrali e oscuri anche alle scene che si svolgono in pieno giorno.

La violenza, così come le armi, è entrata letteralmente in tutte le case americane e in Dark Night ciò è magistralmente rappresentato in una scena carica di una tensione disturbante: Holmes, in preda a un raptus di follia, raggiunge a piedi armato di fucile quella che probabilmente è la casa della sua ex ragazza e mentre noi vediamo inquadrata lei che da lezioni di chitarra a una ragazzina, la canna del fucile entra lentamente dalla finestra aperta alle spalle della ragazza; le due non si accorgono di niente e il killer ritira il fucile evitando il peggio.

Sicuramente l’apice raggiunto dal film anche in termini registici è il finale: le ignare vittime raggiungono il cinema e si accomodano in sala mentre Holmes con un sorriso soddisfatto sul viso si avvia deciso verso la porta d’emergenza da cui entrerà per compiere il suo folle piano. La bravura di Sutton è stata quella di preparare per tutta la durata del film questa scena e di disporre a tal punto sullo stesso piano lo spettatore in sala con le vittime del massacro che, quando Holmes varca quella porta, istintivamente chi guarda il film è portato a gettare lo sguardo alle porte di uscita col timore che lui possa essere lì.