1940. Wiston Churchill viene nominato Primo Ministro della Gran Bretagna, ha 65 anni, un caratteraccio e un feroce senso dell’umorismo. Viene scelto dal suo partito perché ha il favore dell’opposizione in una situazione drammatica. Hitler procedeva scacco matto dopo scacco matto alle democrazie europee.


Ed è per questo che Churchill prende il posto di Neville Chamberlain, primo ministro britannico più noto per la sua politica di pacificazione di Hitler.
Comunque Churchill è antipatico a molti dei suoi colleghi del partito conservatore (in particolare a Chamberlain e al suo fedele collaboratore, il visconte Halifax) e non è che re Giorgio VI nutra un’aperta simpatia nei suoi confronti.

Tuttavia l’Inghilterra si trova davanti ad un dilemma: la volontà di mantenere saldi i nervi e proseguire nel conflitto o piuttosto ritirarsi dalla guerra e soffrire impensabili conseguenze per la sovranità inglese.
La sceneggiatura di Anthony McCarten (La teoria del Tutto) si basa sui tre discorsi pronunciati dallo statista tra il 10 maggio e il 4 giugno; e la regia di Joe Wright interpreta il testo a modo suo, dando il ritmo del thriller politico a questo dramma storico dove Churchill è l’eroe incontrastato.


Le scene, quasi tutte piuttosto enfatiche, si svolgono tra il Parlamento e le stanze da guerra in stile bunker sotto il palazzo di Westminster e la residenza privata di Churchill, ma è nella sequenza surreale in metropolitana, quando vi sale questo politico, che mai ha fatto la fila per il pane e forse potrebbe cuocere un uovo sodo “perché l’ho visto fare”, il regista dà il meglio di sé aumentando il pathos e preparando tutto per il gran finale.
Gary Oldman – quasi irriconoscibile sotto il trucco di Kazuhiro Tsuji – si cala perfettamente nei panni del Churchill, burrascoso e acuto, e il suo profondo lavoro sul personaggio trasmette non solo il fascino, ma l’umanità di questo politico al pubblico.