Con il clima non propriamente alpino di un caldo 2 agosto, nella bella e spaziosa Piazza Grande di Locarno, il patron della manifestazione Marco Solari ha aperto con un monologo appassionato la 70° edizione del Locarno Film Festival. Dopo la presentazione dello staff, che capitanato dal direttore artistico Carlo Chatrian ha lavorato all’organizzazione dell’evento (quest’anno ampliato negli spazi e nelle dimensioni con l’inaugurazione del maestoso PalaCinema) e la giuria del concorso internazionale presieduta dal regista francese Olivier Assayas, sul palco sono saliti cast e autori del film drammatico Demain et tous les autres jours, lungometraggio diretto e interpretato da Noémie Lvovsky che ha aperto la rassegna Piazza Grande.

Il film racconta, con un alternarsi costante di pathos e leggerezza, la storia di una bambina (la giovanissima attrice esordiente Luce Saint-Jean) impegnata nella complicata convivenza con la madre mentalmente instabile (Lvovsky) a causa dell’assenza del padre (Mathieu Amalric). Mescolando realtà e allucinazione il film racconta i più curiosi metodi della ragazzina per convivere con l’ingombrante amore della madre, come l’indispensabile aiuto di un gufo parlante con la voce del padre (che però sente solo lei). A concludere il racconto un tenero finale ambientato diversi anni dopo nella clinica in cui è ora ricoverata la madre.

Presentando sia tutte le caratteristiche di un film d’autore che la semplicità e a tratti la leggerezza di un film diretto a chiunque, da madre o da figlio, abbia conosciuto la maternità, Demain et tous les autres jours era probabilmente nel programma di quest’anno il miglior candidato ad aprire il festival. Tuttavia questa commistione di pesante e leggero, dramma e commedia, leggerezza e pathos non è esattamente il punto forte del film. Un climax ascendente di tensione piuttosto veloce (forse anche troppo) fa in modo che i toni della pellicola cambino radicalmente creando nello spettatore una sensazione di disagio che non per forza è un punto di demerito in un film (men che meno quando al centro della narrazione troviamo dinamiche familiari complesse) ma che lascia forse un po’ spiazzato chi cerca di capire come sentirsi nei confronti della protagonista, intrappolata in una relazione con la madre che, nonostante le evidenti e drammatiche difficoltà, e incredibilmente personale e alimentata da amore sincero.

La parte più riuscita del film, assieme all’emozionante finale, sta forse nelle prime scene, caratterizzate da un clima sognante, fiabesco, una su tutte la messa in scena della fiaba che la piccola protagonista racconta alla madre. Per quanto la gestione dei toni può lasciare un po’ a desiderare, si tratta comunque di un prodotto interessante che ha sicuramente tutte le carte in regola per lasciare una buona impressione su un pubblico un po’ più resistente.