Per il suo debutto sul grande schermo Seong-Tae Lee porta in scena con Derailed la vita di un quartetto di giovani criminali che vivono alla giornata, optando per una narrazione che mescola elementi del gangster movie e del racconto di formazione.

Jin-IlMin-Ho Choi – e la sua ragazza Ga-YoungDa-Eun Jung – , insieme con gli amici Bong-Gil –  You-Jin Lee – e Min-Kyung – Soo-Min Baek – , si guadagnano di che vivere con piccoli furti e truffe finché non pestano i piedi all’uomo sbagliato, Hyung-SukDong-Seok Ma – , proprietario di un karaoke che li ricatta e prende in ostaggio Ga-Young costringendola a lavorare nella sua attività. Come se non bastasse, il loro vecchio capobanda Sung-HoonJae-Young Kim – è appena uscito di galera ed è in cerca di vendetta. Braccato da malavitosi e poliziotti, Jin-Il dovrà trovare da solo il modo di trarre in salvo Ga-Young prima di finire dietro le sbarre – o peggio.

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Protagonisti di questo intrigo criminale sono naturalmente i giovani, esponenti di una generazione che, come suggerisce il titolo, è “uscita dai binari” e trova rifugio nel grembo oscuro dei sobborghi: un’oscurità che è propria degli ambienti come dei personaggi stessi, come si evince dalla fotografia cupa anche nelle rare sequenze in esterno giorno. Colpa ne hanno gli adulti, incapaci di fungere da punto di riferimento morale perché hanno a loro volta perduto la bussola: al di là di figure marginali quali la madre di Ga-Young o il ricettatore, perfetto esempio ne è Hyung-Suk, un piccolo boss che pur essendo padre di una bambina assume nei confronti dei ragazzi un atteggiamento beffardamente paterno costringendoli a delinquere per pagare il riscatto.

Derailed non ha peli sulla lingua quando si viene a temi forti come il favoreggiamento della prostituzione, la criminalità dilagante e il degrado urbano, ma non si preoccupa di descriverli o analizzarli in una prospettiva critica, sicché questi fanno semplicemente da sfondo all’impresa di Jin-Il, raccontata con toni di eroismo che lo avvicinano al prototipo del gangster dall’animo nobile, che nel tentativo di sistemare le cose precipita se stesso e i suoi cari in una spirale di violenza. Appunto la rappresentazione della violenza è uno dei punti di forza del film: le scazzottate sono forse troppo ricorrenti ma realistiche e ben girate, con i protagonisti che, in quanto poco più che ragazzini, spesso soccombono in confronti caotici che fanno il verso a quelli della ggangpae dei film di genere.

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La volontà di imprimere realismo e verisimiglianza si scontra tuttavia con la prestazione degli interpreti: senza nulla togliere all’attore di lungo corso Dong-Seok Ma – tra le ultime apparizioni, in Train to Busan (2016) – , la prova di Min-Ho Choi nei panni di Jin-Il e di Jae-Young Kim in quelli di Sung-Hoon – che dovrebbero costituire i due poli carismatici del film – è abbastanza deludente e quasi stilizzata, adatta più agli sceneggiati televisivi che al cinema, anche se il problema ha radici più profonde da rintracciare in alcune discutibili scelte di caratterizzazione – evidenti soprattutto nel folle ma inconsistente Sung-Hoon.

Tenendo conto del finale e del progressivo spostamento di fuoco sul solo personaggio principale, Lee dimostra di non essere immune alle semplificazioni romanzesche, facendo soltanto intravvedere le potenzialità del suo soggetto.