“Dioniso e l’ebbrezza della modernità” di Giuseppe Goisis

Giuseppe Goisis, terminato il ciclo delle lezioni concernenti la cattedra di Filosofia Politica di Ca’ Foscari, é sceso nelle aule pubbliche e private, con l’incisiva penetrazione profetica di sempre, per tracciare un cammino più spedito –“ per sé, per gli ultimi e degli ultimi” – verso la speranza di giustizia.

Sulla scala appassionata di questa modulazione danzano le note delle varie fasi della speranza nei sei saggi che compongono l’ultimo libro di Giuseppe Goisis che si qualifica orgogliosamente “filosofo politico di ispirazione personalistica”: Dioniso e l’ebbrezza della modernità, Ed.Mimesis- Filosofie.

Nel suo itinerario meditativo non é mai solo, ma si accompagna con umiltà e pensosità con i grandi testimoni della filosofia politica iniziando da Savonarola e Macchiavelli e via via a Carl Smith, Bockenforde, Weber, Gentile, Croce, ai suoi autori prediletti Rosmini, Guardini, Maritain, Bergson,Mounier, nonché alle profetiche donne Hannah Arendt, Edith Stein, Maria Zambrano, Etty Hillesum,Simone Weil per proseguire sino ai vari Fiori, Orwell, Le Bon, Bobbio, Monnsen, Peguy, Marcel, J. Molmann e Minkowskiy.

Sulle rievocazioni di questi pilastri del pensiero politico Goisis tesse limpidamente e in profondità le sue tesi atte ad arginare la società nella sua corsa insidiosa verso il fascino ipnotico della tirannide.

Già nel primo saggio avvicina, contro la vulgata del loro dissidio radicale, Macchiavelli al Savonarola per l’ammirazione della lotta del frate domenicano contro la tirannide, unendosi a lui per la sua sete di libertà. L’Autore lega il volontarismo profetico di Savonarola con quello politico di Macchiavelli nella convinzione che la virtù dell’uomo politico prevale sulla fortuna, indicando ambedue quali protagonisti di una magnanima renovatio etica e sociale, politica e religiosa. Nella chiusura del saggio Goisis indica Macchiavelli e Savonarola quali modelli per richiamare la società contemporanea al difficilissimo compito di recuperare la politica al senso della sua dignità, accordando e armonizzando il polo propriamente politico con quello profetico, reclamato invano dal padre del personalismo, Emmanuele Mounier.

Nel secondo saggio, passando per Maritain – per il quale lo Stato è al servizio del bene comune – approda al concetto di coscienza del Guardini, coscienza conosciuta solo da Dio nella sua profondità e come tale rivolta verso l’infinito: allo Stato non é lecito spezzare la resistenza delle singolarità. E’ la coscienza il vero punto di resistenza allo stato totalitario in quanto lo Stato nasce dal libero operare del singolo; lo Stato vive entro di noi e se non vive entro di noi sfocia soltanto nell’ economia perché il senso profondo dello Stato non riposa negli schemi dell’utilitarismo ma consiste, pur in un microcosmo, nel rappresentare una maestà (Hoheit), la maestà stessa della Divinità.

Spiega nel terzo saggio la pregnanza di Dioniso – nome che prevale sulla copertina del suo libro – : il totalitarismo si avvicina a una tradizione che si potrebbe definire come “Dioniso politico; tradizione in cui la seduzione totalitaria provoca uno scatenamento profondo delle anime, un’ebbrezza al richiamo al demone dionisiaco che trasforma la sinfonia sociale in una monofonia e nell’unanimismo, colmo di violenza cieca, nella destrutturazione degli schemi armonici della democrazia.

Accorata è la raccomandazione dell’Autore ai cittadini: vigilate assiduamente sui poteri dello Stato facilmente propensi verso l’abuso, sul loro controllo e su quello che Nietzsche chiama Volontà di potenza. Quasi un grido è il suo: l’oppressione totalitaria è sempre incombente e solo una assidua vigilanza critica (che non spoglia ma arricchisce la persona -vedi Arendt -) può allontanare l’evenienza totalitaria. Un compito affidato sopratutto – questa la missione ripetutamente scandita nel libro – ai filosofi e ai giovani in particolare.

Nel quarto saggio l’Autore non si perita di suggerire che la storia politica venga purificata dal seme dell’Incarnazione che rende la società avvolta da una misteriosa solidarietà in cui lo spirituale giace e si radica in un abbraccio indissolubile con il temporale.

Per illuminare il cammino del cittadino sulla strada di una convivenza accettabile occorre ritrovare il senso dell’educazione alla politica che eviti un disperato populismo, l’individualismo egoistico, un’autorità in crisi e non feconda di autorevolezza. Un’educazione capace di generare, con la l’esempio e la forza maieutica, una leva di cittadini autonomi, ricchi di personalità matura che stiano di fronte al potere senza adulazione né viltà, senza la trepidazione dei sudditi o la frenesia dei ribelli. Qui ricorre a Platone, il quale, sia nel Gorgia che nel Protagora, addita l’equilibrata formazione del cittadino da parte di reggitori con padronanza di sé, postulando a loro volta la conoscenza di sé nell’ambito della ricerca di mediazione, presupposto essenziale per evitare l’intolleranza.

Pur nel sottofondo di una visione pessimistica, Goisis si riallaccia alla politica mistica di Peguy auspicando un soprassalto delle coscienze, un risveglio corale che possa sfociare in una rivoluzione degli spiriti e dei cuori, riportando allo stato nascente una politica degenerata.

Nell’intraprendere questo sognato cammino, l’Autore sente il bisogno di una compagna scelta tra un ventaglio prezioso di presenze insospettate e redentrici in un secolo come il Novecento ferito da disumane tirannie: Hannah Arendt, Edith Stein,Maria Zambrano, Etty Hillesum, Cristina Campo. La prescelta é Simone Weil, fra tutte – egli spiega – la più idonea, per la sua ispirazione e militanza, per la semplicità profonda della sua scrittura, con la mente assai attenta e vigile che vibrava ad ogni eco di ingiustizia nel mondo, su molti fronti contemporaneamente. Vede in lei un aspetto di folgorante attualità nel suo pensiero, ravvisandolo nell’istanza anti-idolatrica nel vivere la politica.

Accompagnato da tale conforto l’Autore articola i suoi suggerimenti per un rinnovamento della politica basato essenzialmente sull’apertura empatica ai problemi degli altri, immedesimando le questioni personali con quelle che tormentano e infervorano gli altri.

L’ultima parte dell’opera è la riemersione dell’impulso alla speranza, quale sottofondo sostanziale di tutte le pagine precedenti: la sola che si apre al futuro, al nuovo e all’inedito sotto il segno della libertà nell’ambito di un mondo più giusto e fraterno.

La speranza strappa l’umanità dall’orlo dell’abisso avviandola al piacere dell’esistere quale tensione a prolungare il gusto dell’esistenza, ridimensionando ogni attesa fatalistica, nella radiosa certezza di procedere sempre nell’ambito della giustizia e della liberazione, come profetizza il filosofo spiritualista Gabriel Marcel.

Goisis si affianca a Bloch nell’accettare i contenuti della “teologia della speranza” in cui si interroga la Bibbia in ogni suo risvolto per per ricostruirla alla luce di una dimensione futura dell’umanità; appunto perché chi spera è pronto per l’azione, è proiettato verso il futuro, verso sfide coraggiose e laboriose che ci spalancano felici traguardi.

L’Autore traccia un percorso illuminato dalla speranza che va rafforzata dall’educazione, dall’autoeducazione rigorosa che cura l’ascolto dell’altro con pazienza e perseveranza, che faccia da ponte capace di innalzarsi sopra ogni situazione atta a camminare sopra il tempo che passa, strappandoci dalla nostra solitudine.

Un libro nuovo quale faro per il nostro cammino minacciato in ogni momento dai nostri annebbiamenti verso gli attacchi al sistema democratico, morbidamente palesi o quelli sotterranei che riemergono improvvisi senza trovare ostacoli.

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