“Don’t Forget Me” è il ritornello stonato ma struggente cantato da un musicista pazzo che gira scalzo per il manicomio suonando la chitarra.

Delicatissimo e difficile argomento quello trattato dal regista israeliano Ram Nehari al suo primo lungometraggio. Si tratta infatti di disturbi psichici e di anoressia e bulimia in particolare, drammaticamente diffusi tra i giovani di oggi. L’occhio del regista è attento e indagatore ma mai freddo o cinico, al contrario riesce ad avere sempre un approccio empatico e sincero.

In una clinica di Gerusalemme specializzata in disturbi della nutrizione vediamo, tra le altre ricoverate, Tom, una ragazza sui vent’anni. La routine della clinica è devastante e controproducente. A tutte le degenti, con il buongiorno del mattino, viene chiesto di dire pubblicamente se hanno avuto movimenti intestinali o il ciclo mestruale. Confessioni così intime non solo sono imbarazzanti, ma rendono anche invisa la struttura e il sistema sociale stesso. Vengono nutriti i loro corpi ma le menti si ribellano al cibo, mettendo in atto strategie assurde, come nascondere il vomito nel controsoffitto o ingurgitare l’acqua della doccia per sembrare più pesanti alla verifica della bilancia. Le giovani sono vittime di brama di autolesionismo e autodistruzione tanto che la notizia della morte di una di loro non è motivo di ravvedimento ma al contrario di esultanza: “lei ce l’ha fatta!”. Un baratro che ha cause profonde ma delle quali può essere responsabile in primo luogo la famiglia stessa, come nel caso di Tom, il cui padre è del tutto incapace di ascoltare, la cui madre è una fissata del cibo vegano talmente patologica che rende inappropriata persino la sua posizione sionista, altrettanto maniacale quanto la sua idea del nutrimento. Per non parlare del fratellino, che incarna il peggio dei due, benché alleggerito da una cinica vena di ironia.

Quando Neil, aspirante suonatore di trombone, si reca con la sua band per una rappresentazione nell’ospedale dove è ricoverata Tom, tra i due si instaura uno strano feeling, eccessivo anch’esso nelle sue manifestazioni sia carnali sia emotive (il primo rapporto tra Tom e Neil è di sesso orale; subito dopo la ragazza presenta lui alle amiche come suo marito, quando in realtà si erano appena conosciuti).

I due ragazzi riescono facilmente a fuggire dalla struttura, ma ben presto si comprende che anche Neil è un giovane disadattato che nella sua vita ha frequentato le comunità di recupero e i medici più che una vera casa o una famiglia accudente. Il suo disagio psichico è anche riflesso del disagio causato dal vivere, lui mezzo cristiano e cresciuto ad Amsterdam, in una città conservatrice e tradizionalista come Gerusalemme.

I due uniscono le loro solitudini in una tenera complicità che forse è una specie di amore, appoggiandosi reciprocamente ma troppo fragili entrambi per sostenersi davvero.

Il film ha letteralmente sbancato il Torino Film Festival 2017. Esso infatti non solo ha meritatamente vinto concorso, ma ha ottenuto anche il premio miglior attore per entrambi i protagonisti, oltre a questi ulteriori riconoscimenti:

  • Una menzione d’onore con la seguente motivazione: “Sottolinea magistralmente l’incontro tra due situazioni di disagio, con un’ottima interpretazione.”
  • Il premio AVANTI (Agenzia Valorizzazione Autori Nuovi Tutti Italiani) con la seguente motivazione: “Per la capacità dell’autore e del suo cast di narrare la favola possibile tra due sognatori scombinati, costruita partendo da un’esperienza di prima mano con il disagio mentale, attraverso uno sguardo immersivo, che si astiene dal giudicare e ricorda, senza rinunciare ai toni ironici e perfino dark, il discrimine sottile che c’è tra «normalità» e «malattia»”.