Lo aveva annunciato, Gus Van Sant, a Torino nell’ottobre 2016. Aveva raccontato del suo progetto di un film su John Callahan, suo grande amico e straordinario poeta, musicista, artista umorista e fumettista, morto nel 2010 a cinquantanove anni, le cui vignette negli anni anni Ottanta e Novanta sono state familiari a milioni di lettori di oltre 200 quotidiani in tutto il mondo.

Ed ecco che il film è arrivato (titolo originale “Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot”) ed è in gara per l’Orso d’oro alla Berlinale 2018. Un film affettuoso, fedele, riconoscente e onesto, con un bravissimo Joaquin Phoenix credibilissimo nei panni del protagonista. Il titolo del film è lo stesso dell’autobiografia di Callahan e trae a suo volta spunto da una vignetta dove tre sceriffi a cavallo trovano la sedia a rotelle lasciata vuota dal loro ricercato: “Non c’è problema: a piedi non potrà certo andare molto lontano”.

Sorvoliamo dunque sulla trama perché non vi è nulla che non sia già noto ed è fedele alla lettera, fino nei dettagli: dalla sfortunata infanzia alla elaborazione dei sentimenti verso la madre naturale, che lo aveva abbandonato alla nascita e che non riuscì mai a rintracciare; dalle dipendenze giovanili dall’alcol alla tragedia di uno stupido incidente che lo lascia tetraplegico; fino alla “rinascita”, con una volontà ferrea, una tenacia instancabile, una simpatia contagiosa e una genialità innata e straripante.

Sorvoliamo anche sulle proteste di una associazione di tetraplegici che all’uscita del film hanno lamentato, con inspiegabile mancanza di senso di opportunità e di logica, che il protagonista fosse normodotato e non davvero un tetraplegico.

Il film scorre bene, con il ritmo giusto, con stile conformista quanto basta e quanto serve alla trama: un biopic, come già detto, affettuoso e onesto, che rende giustizia a un uomo che lottò strenuamente e con successo per tutta la vita contro un destino che fin dalla nascita gli fu accanitamente avverso.

Callahan aveva la prerogativa, rara, di saper fare ironia su tutto e soprattutto su se stesso e sui disabili. Lui se lo poteva permettere. Van Sant non si è azzardato a ironizzare: forse sono proprio solo ironia e autoironia gli ingredienti che mancano in questo bel film.