Certo non si può dire che de la Iglesia non sia un regista prolifico, tant’è che nella sezione fuori concorso della 67esima Berlinale presenta quello che è il suo settimo film in circa sette anni: El bar, che nel ritmo serrato replica la frenesia e l’instancabilità del suo autore. Il canovaccio è dei più semplici, sul modello christieiano. Un manipolo di sconosciuti in un luogo chiuso (in questo caso l’eponimo bar in un centro di Madrid) vi si ritrova imprigionata a causa da qualche misteriosa minaccia esterna, scatenando così una reazione di panico all’interno del gruppo di protagonisti che da quel momento lotteranno l’uno contro l’altro per la sopravvivenza.

Elemento chiave di questo tipologia di cinema è fuor di dubbio il sospetto. De la Iglesia porta questo topos al parossismo, coinvolgendo in questo costante dubitare lo spettatore ancor prima di introdurre personaggi e plot. I titoli di testa si aprono con giochi visivi che fanno nascere i nomi degli attori da come un legarsi di molecole, ma lo spauracchio che chiude i nostri nove perfetti sconosciuti è un cecchino, mentre noi spettatori – ingenui – già pensavamo a un’epidemia.

Forse è un terrorista, forse un pazzo isolato, forse ancora si tratta di un geniale piano di vendetta, ma a quanto pare si parla di qualcosa di molto più grande delle tre cose messe assieme, perché le forze dell’ordine reagiscono à la Orwell, cancellando ogni prova, o almeno così sembra. I nostri non osano uscire, solo verso la metà del film emerge un rischio epidemico, e così Iglesia prima ci fa illudere di aver capito tutto, poi ci abbandona e ci riprende quando avevamo rimosso definitivamente quell’ipotesi.

In questo folle contaminarsi reciproco di generi (ecco la vera epidemia), il regista spagnolo trasporta fisicamente su schermo la struttura stessa del film. Usualmente la minaccia esterna è solo un MacGuffin per concentrarsi sull'”interno” scavando nella psiche di chi lì è rinchiuso, e de la Iglesia infatti scava talmente a fondo nella mente dei suoi caratteri – una sorta di superconcentrato di tipi umani macchiettistici: la belloccia viziata e ristretta, l’ex poliziotto autoritario, l’uomo d’affari rigido fuori e perverso dentro, e così via fino al povero hipster represso o al senzatetto in crisi mistica – che fa scavare loro una via d’uscita, più o meno.

Dal bar crea un nuovo spazio non fuori, bensì sotto, girando gli ultimi quaranta minuti di film in un’ambientazione fognaria, che come una sorta di materializzazione dell’inconscio fa esplodere la rabbia dei protagonisti in un crescendo di brutalità e violenza, mettendo in scena cioè eros e aggressività (nell’ultima parte Elena – Blanca Suarez, feticcio del regista – è bramata solo in quanto oggetto di piacere e gli altri due superstiti fanno le primarie per il ruolo di gallo nel pollaio, pur in due diverse accezioni) in una parodia grottesca della selezione naturale.Nonostante il tono serio, diciamo pure a tratti serioso, e i riferimenti al terrorismo che dopotutto strizzano l’occhio alla critica “no metafore spicciole della società no party” e non servono a null’altro, la miscela di generi riesce bene all’autore di Balada triste de trompeta.

Il ritmo non soffre di cadute e la struttura è compattissima, basti pensare al fatto che l’intera tecnica registica dell’opera sembra far da contrappunto, con il suo montaggio dinamicissimo e i suoi movimenti di macchina a schiaffo, al piano sequenza iniziale che ci presentava i personaggi, alterando pesantemente lo spazio filmico per farli convergere tutti nel bar, luogo di dannazione tanto quanto di umorismo nero come la pece, dalle cui fauci certo non potranno uscire tutti, nel gran finale che fa del tripudio dell’indifferenza la sua chiave di lettura. El bar magari non è nemmeno il più interessante tra gli ultimi di de la Iglesia, però il suo essere così classico e al contempo esageratamente decostruttivo costituirà un sicuro godimento per chi ama il cinema europeo.