Come vi sentireste se di colpo scopriste che la vostra zia preferita è stata per anni membro della polizia segreta di un regime dittatoriale? È la sconvolgente questione che la giovane cilena Lissette Orozco deve affrontare in questo intenso documentario a sfondo biografico.

Che il regime sanguinario e antidemocratico di Pinochet non sia definitivamente sepolto in un lontano passato, che quella tremenda pagina di violenze sulle opposizioni e di disprezzo dei diritti del proprio popolo non si possa considerare per sempre chiusa ce lo ricordano le riprese del meeting delirante dei nostalgici sostenitori del dittatore cileno, riuniti regolarmente a Santiago per sbeffeggiare le vittime del regime e ricordare con tanto di immaginette e gigantografie di rito la figura del loro adorato ultrareazionario generale.

Lissette Orozco aveva vissuto parte della propria giovinezza coltivando il rassicurante mito della zia Adriana, gentile, generosa e impegnata nel suo lavoro che la portava spesso fuori dal paese. Ad ogni ritorno in Cile la numerosa famiglia andava ad accogliere la donna all’aeroporto per farle festa, fino a quella malaugurata volta in cui la dolce signora venne accolta anche dalla polizia del Cile democratico che, per fortuna, non ha dimenticato completamente il proprio passato e a volte si trova costretto (anche grazie ai suoi migliori registi, va detto) a farci i conti.

“Ogni famiglia ha un segreto”. Questo potrebbe essere l’esergo del film, e nel caso che esso venga inaspettatamente rivelato, la reazione può essere di comodo rigetto e di funzionale fuga dalla crisi epistemologico-informativa che ne risulta, ovvero può al contrario aprire un faticoso, doloroso, incerto cammino di analisi e (auto-)interrogazione.

La Orozco decide appunto di mettersi in gioco con un’opera di scarnificazione di cui pochi sarebbero capaci, rivelando coram populo le vergogne dei panni familiari, e descrivendo con chirurgica precisione il processo del loro “lavaggio” pubblico. La sua è un’opera di ricostruzione “ostinata e contraria”, una ricerca e ricucitura per lo meno parziale di lacerti di storia che dev’essere stata a momenti lacerante per l’autrice. La gamma degli approcci e dei materiali è ampia e frastagliata: si va dalle domande ai parenti sbigottiti alla ricerca di documentazione storica affidabile, dall’interrogazione dei pochissimi testimoni oculari disposti a mettere in gioco la propria catastrofe umana agli insistiti pseudo-dialoghi con la diretta interessata.

Ma l’approccio più sincero, più doloroso risulta nel mettersi in gioco della stessa regista, nel suo interrogarsi possibilista e non prevenuto sulla natura attuale del proprio paese: il che comporta anche l’immersione infernale nelle file dei sostenitori e apologeti di Pinochet, il tentativo di dialogo con gli altri torturatori (non confessi) della polizia segreta, e infine l’accettazione della inevitabile, seppur non certificata, non incontrovertibile “verità”. Una verità fortemente subodorata, ricostruita con coraggio anche se non nella sua totalità, ma per ciò stesso ancor più problematica in quanto privata anche di una liberatrice catarsi finale. Si comprende, si intuisce, forse alla fine dei conti “si sa”, ma non si può affermare nulla con certezza.

Questa verità non viene offerta in maniera apodittica dalla Orozco; seppur trasformata e resa consapevole da questo suo percorso d’indagine che per diversi diversi anni l’ha vista sprofondare negli scantinati psicologici dalle colpe nazionali, ella non offre una soluzione definitiva, non foss’altro che nel rispetto del noto principio che non si è colpevoli finché non si dimostra la colpa “oltre ogni ragionevole dubbio”. Ma, al di là dei riscontri penali e della sicurezza legale di una meritata punizione (la zia è comunque fuggita in Australia e si oppone con i denti all’estradizione…), qui è il processo d’indagine che si arricchisce di forti valori rigeneranti, quando non proprio salvifici. Lo stesso ardimentoso scavo nella memoria riscatta con la forza di un singolo individuo parte delle colpe di una comunità che evidentemente preferisce insabbiare anni di dolore sotto il tappeto dei comodi “non sapevo”.

Come nello straordinario A German Life (sulla segretaria di Goebbels), nel suo piccolo anche la probabile torturatrice di oppositori politici zia Adriana minimizza, ammorbidisce, smussa gli angoli, si appella ai lati umani delle frequentazioni casalinghe, all’“impossibilità” ontologica di macchiarsi dei crimini che le vengono imputati. A distanza di tempo siamo tutti “brava gente”, come se il sangue si lavasse da sé per puro sbiadimento cronologico. E come la tedesca Brunhilde Pomsel di quel film anche zia Adriana ogni tanto lascia intravedere delle involontarie crepe nella propria granitica auto-assoluzione, rivela la propria natura profonda di rasserenato e caparbio demonio casalingo.

Al di là della dimostrabilità dei delitti più efferati perpetrati nelle prigioni di Pinochet, è già di per sé degna di condanna la parziale giustificazione che la donna si lascia sfuggire in un’intervista pubblica, in cui ammette l’accettabilità teorica della sopraffazione violenta. Il patto del titolo, infatti, non è un accordo infernale di sadica prevaricazione, ma il tacito accordo con il quale “loro”, i torturatori dei diritti civili ed umani (anche qualora non fossero stati esecutori materiali) ostacolano con la congiura del silenzio, l’ostinazione della logica casuista, le armi retoriche da legulei bizantini la possibilità stessa di intavolare un discorso di elaborazione del male collettivo causato e vissuto.

Il percorso della memoria si gioca quanto meno su tre livelli, paralleli e intrecciati a un tempo: la memoria della anziana nonna che sta scomparendo a causa di una malattia degenerativa (subplot simbolico di notevole efficacia); la memoria familiare, che deve essere riscritta in quanto perfino gli album di famiglia risultano basati su costruzioni fittizie, su arrivi e partenze fasulle e su affetti molto probabilmente mal riposti; infine a livello macrostrutturale, la memoria del paese che non ha ancora operato del tutto il lavacro di autocoscienza e non ha affrontato con la dovuta decisione il portato storico della dittatura. Le folle osannanti Pinochet stanno lì a ricordarcelo, il timore espresso dalla Orozco sulle reazioni non proprio elogiative che si aspetta dal pubblico in patria ce lo fanno temere.

Il percorso di dolorosa scoperta si articola in alcune fasi segnate da differenti dosi di sorpresa, dubbio e sconcerto, ma anche da corrispondenti procedimenti formali: l’acquisizione della reale identità della donna è segnata dal passaggio dall’immobilità degli album di famiglia alla fluidità delle riprese attuali; è come se si fosse improvvisamente rotto il ghiaccio, distrutto il muro della narrazione di comodo, ovvero (come si è detto spesso negli studi sul socialismo reale) è come se si tornasse a far muovere la Storia, precedentemente congelata e ingabbiata in una ciclicità di strutture e ritualità prefabbricate e ripetitive.

Passando dalle foto sbiadite della zia sorridente e della famiglia adorante alla mobile vivacità della vita vera la Orozco rompe l’incantesimo che permette ai regimi di sfuggire a una autentica valutazione storica e a volte autorizza li stessi ad autocelebrarsi in forme addomesticate velate di “innocente” nostalgia. Da lì in poi l’evoluzione visiva e narrativa è magmatica, anche caotica, procedendo come fa per tentativi, per successive sonde inviate coraggiosamente nella coscienza profonda familiare e statale.

La Orozco ha dichiarato che la sua era (prevedibilmente, del resto) una sceneggiatura aperta, un testo possibilista, passibile di riscrittura e di successivi adeguamenti in corrispondenza delle reazioni dei protagonisti (le colleghe della zia Adriana, i parenti e le loro reazioni, gli sviluppi delle indagini ufficiali…). In quest’ottica il mostrare la troupe che riprende gli intervistati non è un vezzo metanarrativo fine a se stesso, ma diventa una sineddoche di verità, uno strumento di rivelazione dell’approccio non mediato alla materia, in una costruzione che dichiara la propria problematicità, la propria non-definitezza di work in progress, la propria necessità di interrogare lo spettatore e sé stessi insieme alla zia Adriana. Quei microfoni, quegli sguardi incerti di Lissette davanti a Skype, di fronte a una zia (molto probabilmente) ex-torturatrice sono linee di interrogazione, provocazioni audiovisive rivolte soprattutto al popolo cileno.

Lissette Orozco viene a costituire il sostegno e il basamento fattuale alle interrogazioni artistico-liriche di un Pablo Larrain, questa coraggiosa ragazza pone in campo una urgente messa in gioco di se stessa che si situa fra il lavoro straordinario di ri-messa in scena dell’orrore di Joshua Oppenheimer e la dolente odissea degli affetti di Vitalij Manskij (soprattutto nel suo ultimo Close Relations, anche quello un’indagine sulla dissoluzione della famiglia sotto i colpi degli eventi storici).

Anche per questo motivo il Patto di Adriana svolge una funzione quanto mai delicata e preziosa, quella di dichiarare la crisi, di esporre con ardita fermezza la situazione drammatica di scisma interno in cui la società cilena si trova. Di alcuni film vanno perdonati i difetti formali, l’eventuale carenza tecnica, alcuni piccoli smottamenti forse troppo soggettivi, ed è proprio questo uno dei casi migliori in cui la cosiddetta, a volta bistrattata “urgenza” tematica giustifica un incondizionato appoggio e la speranza di una maggiore diffusione e discussione possibile.

Facciamo un bel patto con Lissette Orozco.