“Eldorado” di Markus Imhoof

Due anni dopo Fuocoammare, che era valso  a Gianfranco Rosi l’Orso d’Oro alla Berlinale 2016, il tema dei migranti che attraversano il Mediterraneo ritorna con il documentario dal simbolico titolo “Eldorado” del maturo regista elvetico Markus Imhoof. Egli imposta un doppio binario di immagini parallele. Da un lato vi sono i suoi ricordi e le sue esperienze sull’emigrazione risalenti alla seconda guerra mondiale, quando la Svizzera dovette accogliere, tra il 1940 e il ’49, migliaia di bambini dall’Europa in guerra, in cambio dell’aiuto offerto agli ebrei per fuggire dall’Europa: tre bambini per ogni ebreo.

La famiglia Imhoof accolse la piccola Giovanna Viganò, in fuga dalla guerra e dalla denutrizione. Dopo il conflitto le frontiere si chiusero. Solo ai lavoratori era concesso il visto di ingresso. Per la bambina divenne impossibile ritornare in Svizzera. Mantenne un fitto contatto epistolare con la ex famiglia adottiva finché morì, a Milano nel 1950 a 15 anni.

Parallelamente alle immagini e ai ricordi del passato vengono mostrate immagini del presente, che parlano ancora di immigrazione, fame, fuga, guerre. A bordo delle navi italiane di Mare Nostrum, vengono interrogati ufficiali e equipaggio, volontari e personale medico. E’ testimoniata l’angoscia negli occhi dei migranti ma anche lo sforzo sovrumano di coloro che li traggono dal mare. Fino a 1800 persone su una sola nave. Ma dopo che sono stati tratti in salvo, qual è il loro destino? In base al trattato di Dublino nessuno di loro può scegliere dove andare, se qualcuno ha parenti in Europa non li può raggiungere se non, di nuovo, clandestinamente.

Così si alimenta, ancora una volta, la malavita, lo sfruttamento, la corruzione: dai campi di pomodori, dove per pochi euro i migranti sono sfruttati dai “caporali”, alla prostituzione femminile, ai  “ghetti” gestiti da cooperative che spesso lucrano con la mafia e dove le telecamere solo con molta fatica riescono a entrare e, se entrano, quasi tutti hanno paura di parlare.

Il documento testimonia ma non sa, o forse non può, andare alla radice.Viene in mente il film L’ordine delle cose, di Andrea Segre, sui recenti accordi sottoscritti dall’Europa, grazie alle trattative italiane, con lo pseudo governo libico. Quell’accordo non risolve il problema, lo sposta solo altrove, lontano dai nostri occhi.

“Il mio documentario – precisa Imhoof – non è in concorrenza Fuocoammare. Rosi e io abbiamo girato quasi contemporaneamente ma io ho voluto vedere da un altro punto di vista. Comunque c’è bisogno di molti film prima che la gente capisca davvero.” “Occorre innanzitutto – prosegue – partire dall’istruzione, occorre aiutare a rimanere a casa. Abbiamo filmato ciò che succede, nulla è stato nesso in scena, a parte il materiale che riguarda il passato. Nel mio film sulle api avevo mostrato come nell’alveare tutte lavorino per il bene collettivo. Così dovremmo fare anche noi umani: tutto il mondo è sintonia e un male che accade in un luogo alla fine si ripercuote ovunque: è questo che l’Europa ha sottovalutato”.

Ma dove sono e di chi sono le responsabilità? Akhet Téwendé, un giovane della Costa d’Avorio, uno su mille che ce l’ha fatta a venire in Europa a studiare, punta il dito contro gli stessi governi africani, che con la loro vergognosa corruzione e incapacità dissipano e depauperano le immense ricchezze dell’Africa: ricchezze minerarie di ogni tipo e ricchezze umane, menti e braccia che se ne vanno. Fa un esempio: la Costa d’Avorio è uno di principiali produttori al mondo di cacao, ma non c’è nemmeno un’industria che produca cioccolato. Lui dice di essere felice di vivere in Europa ma ogni giorno si scontra con immense difficoltà burocratiche: “Ognuno di noi emigrati di certo starebbe meglio a casa propria se fosse stato possibile rimanerci”. Dice che tornerà per aiutare il suo paese, gli auguro di poterlo fare davvero.

Raffaele Falcone, giovane sindacalista GCIL che compare nel documentario, afferma. “La mia generazionale tra 30 anni si chiederà da che parte è stata in questo periodo. Io voglio poter raccontare ai miei figli e ai miei nipoti che io stavo dalla parte giusta”.

Oggi, vedere e capire questo film è già stare dalla parte giusta.