Il regista e sceneggiatore Paul Verhoeven, che ci ha abituati a storie come Robocop, Atto di Forza e Basic Instict, gira in francese Elle, un film drammatico dalle tante sfaccettature, ma soprattutto impregnato di umorismo nero che non ci si aspetta.
Infatti questa è una storia inaspettata e forse per questo straordinaria.
A rendere intriganti, appassionanti e anche folli i 130 minuti di questo dramma, che si tinge di noir, di commendia e di thriller è la mastodontica Isabelle Huppert, attorno cui ruotano attori in perfetta sintonia con la lei.
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I temi affrontati da Elle, basato sul romanzo Oh… scritto dal francese Phillippe Dijan (reso magnificamente bene dagli sceneggiatori: lo stesso Dijan con David Birke e Harold Manning), sono fatti di feroce complessità, collegati tra di loro da un efferato sarcasmo e dipendenti tutti da lei, la protagonista, una brusca e maliarda Michèle.
Il film si apre con la scena di uno stupro, una sequenza brutale. Un uomo vestito di nero con un passamontagna sta abusando sessualmente di Michèle dentro casa sua.
La scena è glaciale e girata con distacco. Forse il punto di visto è quello della protagonista, che guarda con cinismo e, appunto, distacco la vita. Quando l’uomo va via, Michèle non chiama aiuto, si fa un bagno caldo e prova a elaborare cosa le è successo.
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Non è una sprovveduta, ha un lavoro di successo nell’editoria, un ex marito comprensivo, un figlio tontolone che sta per diventare padre, una migliore amica affettuosa e una madre stravagante. Le reazioni di Michèle, tutta la sua vita, è da imputarsi a una tragedia che l’ha travolta quando aveva circa undici anni, un episodio indelebile che le ha segnato la vita lasciandole cicatrici nell’anima.
Elle sconvolge per la costruzione labirintica tracciata dalle decisioni imprevedibili di Michèle. E’ un film costruito con una meticolosità che alterna delizia e disagio.
C’è Hitchcock, Almodovar e Chabrol in questo personaggio elegante e indimenticabile.