Il regista dell’acclamato Welcome to Dongmakgol (2005) Park Kwang-hyun è tornato quest’anno sugli schermi con Fabricated City, action dal taglio vagamente fantascientifico che nonostante l’abbondanza di effetti speciali non riesce a fare breccia quanto vorrebbe.

Kwon YooJi Chang-wook – è un giovane disoccupato che passa le giornate davanti ai videogiochi. Ritrovato per caso un telefono, viene contattato dalla proprietaria e lo restituisce, ma l’indomani si ritrova accusato dello stupro e omicidio di una minorenne, con schiaccianti prove a suo carico. Condannato, è costretto a subire la dura vita del carcere finché una sua vecchia team mate nota col nomignolo di Mr. Hairy – interpretata da Shim Eun-kyung – riesce a farlo uscire, svelandogli che è stato incastrato da un’organizzazione specializzata nell’inquinamento di prove per clienti molto facoltosi. Con l’aiuto dei suoi vecchi compagni di gioco, Kwon metterà in atto la sua vendetta.

fabricated city

Per quanto il target di riferimento dell’intrattenimento e dell’umorismo di Fabricated City sia la fascia young adult, il film non ha peli sulla lingua nel ricostruire con dovizia di particolari il modus operandi dell’agenzia che, dietro lauto compenso, si occupa di costruire scene del crimine e capri espiatori ad hoc per chi è così ricco da essere al di sopra della giustizia.

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Tuttavia, subito dopo questo esordio intrigante si ricade negli stereotipi del genere, tra cui le consuete autocensure dei contenuti più espliciti: il cattivo è un povero folle e non un artista del crimine come ci era stato presentato inizialmente; l’apatia e la frustrazione psicologica di Kwon si risolvono non appena si affaccia l’amicizia con la bella Yeo-wool – nota online appunto come Mr. Hairy; infine, il gioco di squadra con personaggi secondari appena abbozzati si sostituisce al regolamento di conti personale.

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Tolte queste cadute, la pellicola sarebbe ancora salvabile se fosse in grado di offrire la spettacolarità che ci si aspetterebbe da una produzione ad alto budget. Eppure, anche l’azione tarda ad arrivare, procrastinata da appostamenti e pianificazioni. Per la verità già i primi cinque minuti di film, in cui la partita a un videogame sparatutto viene presentata come una vera azione di guerra, mostrano alcune debolezze del regista in quest’ambito: la scena è caotica, caratterizzata da un montaggio i cui tagli arrivano proprio sul più bello impedendo di apprezzare i combattimenti, e la macchina da presa non è in grado di seguire gli interpreti. Il finale invece consta semplicemente di un interminabile inseguimento in auto che finisce per annoiare.

Pur partendo da ottime premesse, Fabricated City cerca di tenere il piede in due scarpe, fallendo sia nell’intento di regalare due ore abbondanti di divertimento adrenalinico che in quello di ibridare l’universo nerd dei videogiocatori con quello degli eroi dei film d’azione.