Basato sul racconto per l’infanzia The story of Ferdinand (1936) di Munro Leaf, Ferdinand è il nuovo film d’animazione targato Blue Sky per la regia del brasiliano Carlos Saldanha – noto per le saghe Rio e L’era glaciale –, che con il consueto umorismo e strizzatine d’occhio all’attualità ha cercato – purtroppo con scarsi risultati – di riattualizzare il classico senza tempo.

In Spagna un piccolo toro di nome Ferdinand – nella versione originale doppiato dal lottatore di wrestling John Cena – vive in un allevamento assieme ai coetanei, ma a differenza di questi preferisce annusare i fiori piuttosto che fare a testate. Appresa la notizia della morte del padre durante la corrida, Ferdinand scappa e trova asilo presso Nina, figlia di un fioraio che lo tiene con sé per qualche anno fino al fatidico giorno in cui, sedutosi per sbaglio su un’ape, si scatena radendo al suolo il mercato locale. Viene così catturato e riportato all’allevamento, dove rivedrà le sue vecchie conoscenze e si ingegnerà per sfuggire al terribile destino che lo attende – l’arena o il mattatoio – portando con sé i suoi compagni prigionieri.

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Come si può dedurre dalla sinossi, l’impianto narrativo – per cui sono accreditati ben sei autori – è stato notevolmente arricchito rispetto all’originale: la prima ragione di perplessità alla notizia dell’acquisizione dei diritti da parte della Fox – avvenuta ancora nel 2011 – risiedeva appunto nell’opportunità di trasformare una storia semplice e soprattutto breve come quella di Leaf in un film full length, tanto più considerando che il primo adattamento animato che ne fosse stato fatto – Ferdinand the bull (1938), diretto da Dick Rickard e vincitore dell’Oscar lo stesso anno – era non a caso un corto. Inutile dire che quasi due ore – una durata ardita a prescindere nel mondo dell’animazione commerciale – sono decisamente troppe e non mancano di annoiare mettendo in luce una generale mancanza di creatività.

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Un frame dal corto del 1938

In primo luogo, vi è un accumulo di personaggi dalla caratterizzazione sommaria – non sono nemmeno tagliati con l’accetta come nella maggior parte dei cartoni per l’infanzia –, ingranaggi sì del meccanismo della trama ma la cui funzione in qualità di comic relief smorza la tensione anche in quei momenti che presupporrebbero una certa drammaticità, impedendo al film di portare a termine la propria missione pedagogica.

Ed è proprio su quest’ultimo punto che Ferdinand si discosta maggiormente dall’opera letteraria e dalla fedele trasposizione di Rickard: Ferdinando è un toro che ama il quieto vivere e ignora le provocazioni al punto da far disperare il matador, che alla fine dovrà riportarlo alla sua collina fiorita; il Ferdinand di Saldanha invece non esita a utilizzare la sua posizione preminente – derivatagli dalla prestanza fisica e intellettuale – per far prevalere il suo punto di vista e costringere chi gli sta intorno, per quanto con le migliori intenzioni, a fare quello che dice. Inoltre, una volta nell’arena non resterà passivo ma riuscirà, grazie a una buona dose di fortuna, a prendersi gioco del torero e vincere: il messaggio che giunge allo spettatore non è dunque di genuino pacifismo, bensì di ribaltamento dei rapporti di forza facendo leva su qualità innate che solo alcuni possiedono – mentre il bello della morale dovrebbe essere che tutti possono opporsi alla violenza. Anche sul piano estetico Ferdinand si discosta dall’originale e rende tristemente anonimi i personaggi tratteggiati dall’illustratore Robert Lawson, che lo stesso Rickman aveva voluto alterare il meno possibile per mantenere il realismo conferito all’ambientazione esotica.

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Un assaggio delle illustrazioni di Lawson all’edizione del racconto di Leaf

L’umorismo impiegato fa leva sulla coloritura latina e esattamente come in Rio si basa sostanzialmente su frecciatine e gag in sintonia con le ultime tendenze – continui ricorsi alla tecnologia, un cavallo che fa la dab, etc. – che oscurano completamente le poche battute e situazioni riuscite. Pur trattandosi di un film anche troppo parlato e denso di eventi, la gestione degli spazi lascia molto a desiderare e dà l’impressione di non essere mai usciti dal ranch, fornendo giusto tre o quattro scorci per ogni ambientazione – il corto del ‘38 ne ha solo due, ma presentano un livello di dettaglio fuori dal comune.

Per concludere, Ferdinand conferma purtroppo il trend negativo delle ultime produzioni Blue Sky e dello stesso Saldanha, dimostrandosi al più godibile per i più piccini, ma neanche troppo. Lascia il tempo che trova.