Festival des Très Courts – Selezione Internazionale – Parte II

Añadir contacto, Meanwhile, Death in space, Poilus, My sister's dollhouse, A writer and three script editors walk into a bar

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Continuando la nostra carrellata dei corti della Competizione Internazionale, sono stati proiettati a seguire:

Añadir contacto di David Oeo, Spagna

Un ubriaco avvia dal cellulare una videochiamata con la sua ragazza. A un certo punto compare un’astronave – o almeno così sembra, dal momento che l’unico elemento a essere inquadrato è il volto del protagonista, assieme a quello della donna in split screen – ma fatalità nessuno se ne accorge a parte lui, che anzi viene “torturato” dagli alieni con bombardamenti di luci e suoni. Analogamente ad altri film esaminati in precedenza, Añadir contacto tradisce il solito feticismo per i mezzi digitali e le loro potenzialità  mostrative, configurandosi come un nulla di fatto a tutti gli effetti.

Très Court International Film Festival

 

Meanwhile di Charles Fort, Aurélia Delaplanque, Jordan Delquié, Rudy Langoux, Sophie Roques, Francia

In apertura, il gioco di forme creato dall’acqua di un bicchiere che si muove liberamente nello spazio ci fa capire che non siamo sulla Terra: ci troviamo infatti all’interno di un appartamento tra le stelle, che nel giro di qualche minuto viene divelto da un satellite vagante lasciando senza dimora il suo enigmatico inquilino. Un corto contemplativo caratterizzato da un’ottima fotografia e dal sapiente utilizzo degli effetti speciali per ricreare uno scenario onirico eppure realistico fin nei minimi particolari.

 

Death in space di Thomas Lucas, Regno Unito

Una raccolta di animazioni tragicomiche in cui la curiosità di alcuni esploratori spaziali per funghi extraterrestri e raggi laser sarà per loro causa di un’atroce morte. Il tratto e il character design ricordano per certi versi quelli di Adventure Time della rete Cartoon Network, ovviamente adattati a un contesto fantascientifico.

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Poilus di Guillaume Auberval, Léa Dozoul, Simon Gomez, Timothé Hek, Hugo Lagrange, Antoine Laroye, David Lashcari, Francia

Il titolo che sicuramente ha lasciato di più il segno nel corso della prima tranche, Poilus è uno spaccato della vita di trincea durante la Prima Guerra Mondiale che ha per protagonisti dei conigli antropomorfi. Interamente realizzata in computer grafica, l’opera si apre con un soldato semplice intento a suonare l’armonica, che però gli sarà sequestrata dal superiore al momento di andare all’attacco. Nella sua folle corsa, il nostro eroe è travolto da un’esplosione, cui segue l’allucinazione di un terribile mostro: solo l’istante dopo aver sparato realizzerà di aver ucciso un altro coniglio, un “nemico” che come lui portava nel taschino un’armonica. Al di là della qualità del sonoro e del montaggio – che non hanno nulla da invidiare ai tradizionali war movie – , il corto è mosso da un intento pacifista le cui ragioni sono rese manifeste attraverso una impietosa e ben poco cartoonesca descrizione del conflitto: scelta coraggiosa considerati i filtri che si sogliono imporre al mezzo animato, spesso anche in ambito artistico.

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My sister’s dollhouse di Jim Archer

Film volutamente sconclusionato, My sister’s dollhouse potrebbe essere definito come un particolare resoconto autobiografico della vita di un uomo altrettanto particolare. Attraverso un montaggio rapidissimo e una regia a tratti quasi documentaria – una tendenza spesso riscontrata nel cinema indipendente contemporaneo – veniamo a conoscenza delle manie del protagonista e delle ragioni che l’hanno condotto a dar fuoco alla casa delle bambole della sorella – a quanto pare connesse alle strategie militari di Otto von Bismarck. Il corto è indubbiamente piacevole da guardare, ma la stravaganza cui indulge sembra dovuta più a una velleità di essere à la mode piuttosto che a una genuina necessità dell’autore.

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A writer and three script editors walk into a bar di Matthew Saville, Australia

Come lascia intuire il titolo, il film di Matthew Saville è una barzelletta nella barzelletta. Tre editor e uno scrittore entrano in un bar, e quest’ultimo esordisce con una vecchia barzelletta: «Un cavallo entra in un bar…». Ecco quindi che i tre colleghi iniziano a sottilizzare inutilmente su ogni minimo dettaglio, impedendogli di concludere la storiella e per giunta non capendo la battuta. Nella sua estrema semplicitàquattro interpreti seduti a un bancone e qualche movimento di macchina per permettere di seguire meglio il dialogo – , A writer and three script editors walk into a bar è un riuscito e pungente esempio di satira sulle restrizioni imposte al processo creativo.

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