“Figlia mia” di Laura Bispuri

Una bambina contesa da due donne, una madre che non sa essere madre e una donna che vorrebbe esserlo ma non può. Dalla quarantenne regista romana Laura Bispuri, dopo Vergine giurata, ci arriva ancora un film al femminile: “Il mio messaggio è di accettazione della complessità umana”- spiega la regista al pubblico della Berlinale, dove il suo film è in corsa per l’Orso d’oro. L’idea del film le è venuta dopo una conversazione con una ventenne che le rivelò che avrebbe voluto abbandonare la sua famiglia di origine per essere adottata da una famiglia estranea. Ma è anche ispirato al romanzo La figlia dell’altra, del 2009, di Amy Michael Homes.

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“Sono voluta partire da un modello antichissimo, anzi arcaico, come la bambina contesa da due madri che ricorda il passo biblico del giudizio di Re Salomone – prosegue la Bispuri – per arrivare a un racconto che indagasse la maternità in modo contemporaneo e universale, con una decostruzione dell’immagine della madre perfetta, per raccontare invece madri inadeguate e imperfette che però racchiudono una verità”.

Premesse ambiziose e molto coraggiose, decisamente controcorrente, alle quali fa riscontro un film che parla con immagini crude ma conformiste nel loro sforzo eccessivo di tagliare ruoli netti alle protagoniste. Immagini manieriste nel loro simbolismo, girate nella Sardegna di oggi, ma non nella parte turistica e mondana dell’isola, bensì in un villaggio di pescatori e di operai che dalla pesca traggono il loro scarso sostentamento. Nella prima metà della proiezione si assiste a scene giustapposte delle quali è difficile dare una descrizione perché non sono legate da una trama memorizzabile. Da lì in poi il film inizia a prendere una direzione, che svela il motivo del legame tra le tre protagoniste: Tina (una Valeria Golino poco convincente), operaia devota alla madonna e alle opere pie nella locale parrocchia, ha una strana relazione che l’amica/rivale Angelica (Alba Rohrwacher che sembra una pallida imitazione della cattiva madre Nastassja Kinski di Paris Texas), relazione che si impernia su Vittoria, la figlia contesa, che nel film compie dieci anni ed è la migliore protagonista di questo film, la bravissima, espressiva e intensa Sara Casu.

Sullo sfondo gli uomini, attori non professionisti, tanto diversi dalle donne quasi a sottolineare l’incomunicabilità tra mondo femminile e maschile, quest’ultimo popolato di comparse insignificanti quando non inutili o addirittura dannose.

Eccessive certe scene con riferimento sessuale, piuttosto banali simboliche. Le personalità delle due “madri” non sono quasi per nulla sviluppate, se non a tratti grossolani. Solo la bambina convince e prende, alla fine, una decisione forte.

Un lavoro insomma al di sotto delle aspettative, un progetto che si è forse rivelato al di sopra delle possibilità.