Fuocoammare vince il Festival di Berlino 2016

Il palmares del meno peggio

66. Berlinale – I vincitori

È italiano l’Orso d’oro 2016, e chi scrive queste righe è personalmente contento che il massimo riconoscimento sia andato al film di Gianfranco Rosi Fuocoammare, opera a metà fra la documentazione delle stragi di migranti nel Mediterraneo e la incuriosita perlustrazione di alcuni luoghi e personaggi della coraggiosa, troppo spesso abbandonata, isola di Lampedusa. Rosi non è nuovo a tali riconoscimenti (a Venezia aveva già vinto Orizzonti e il concorso principale), né è nuova la polemica sui limiti di genere che il film documentario si dovrebbe auto-imporre. In questo caso poi la bagarre è scoppiata immediatamente (soprattutto fra i critici della pattuglia italiana) riguardo ai limiti etici della rappresentazione (giusto mostrare i cadaveri? giusto rammentare con addolorate narrazioni le autopsie di bambini? giusto “correggere” l’immagine in post-produzione?…) e riguardo ai limiti di genere (è davvero un documentario? fino a che punto i lampedusani “interpretavano” sé stessi o dei personaggi pre-scritti?).

Chi scrive, pur riconoscendo la liceità di simili dubbi, fa parte del gruppo schierato a favore della sincera intensità di questo film, con tutti i suoi eventuali elementi ibridi (nessun documentario è del tutto puro, la macchina da presa la ha sempre in mano un’istanza autoriale che costruisce comunque dei “personaggi”) e con tutti i suoi possibili inciampi estetici/morali (un documentarista ha il dovere di non porsi limiti censori sulla raffigurazione della realtà).

Passiamo agli altri premi, che (a parte un paio di casi) sono a mio avviso molto più sorprendenti e problematici che non la statuetta dorata assegnata a quello che era comunque uno dei pochi lavori davvero validi di un concorso sinceramente deludente. Per mia scelta personale non ho visto (me ne assumo tutte le responsabilità del caso) il film di otto ore del filippino Lav Diaz, A Lullaby to the Sorrowful Mystery, al quale per la cronaca è andato il premio Alfred Bauer per le opere che aprono “nuove prospettive”. Rispetto la genialità ampiamente riconosciuta di un autore che ha cose da raccontare e sa come raccontarle, ma d’altro canto ritengo una scommessa qui vinta, ma difficilmente riproponibile in futuro quella di piazzare nel concorso principale un film che richiede una modalità di fruizione tutta sua (si vedano numero diverso di proiezioni rispetto agli altri concorrenti, pausa d’aria obbligatoria durante la visione, approccio differente anche da parte della Giuria).

Questa originalità di fruizione falsa in qualche modo una sezione competitiva, ben al di là delle ormai sdoganate commistioni di generi, tecniche e approcci autoriali. Non sindachiamo la grandezza di Diaz, ma se nel concorso principale ci sono dei limiti minimi per la partecipazione (non vengono ammessi, per dirne una, i cortometraggi), allora dovremmo considerare se ha senso riflettere seriamente su “limiti massimi”. Oltre una certa soglia temporale, guardassimo anche il capolavoro più eclatante della storia del cinema, gli standard percettivi, l’approccio spettatoriale, la soglia della concentrazione e delle capacità valutative si deformano, motivo per cui, senza polemica, speriamo che questa sortita un po’ eclatante del concorso berlinese non si ripeta mai più. Gloria a Lav Diaz, ma il suo cinema richiede e ha diritto a spazi alternativi.

A questo punto avremmo quasi già esaurito i premi motivati da innegabili valori cinematografici, mentre in molti casi ci sembra che una giuria non proprio a fuoco abbia dovuto scegliere le cose meno peggiori o abbia seguito (come è uso e costume inevitabile) criteri extra-artistici. Avrebbe forse meritato il premio per la migliore regia Danis Tanovic con il suo Death in Sarajevo, affresco movimentato (ma troppo parlato) sulla nuova Bosnia, paese che non riesce a liberarsi dalle ombre dei vecchi contrasti etnici e sociali. Al comunque valido regista bosniaco è invece andato l’anodino Gran Premio della Giuria (capitanata da Meryl Streep, e con la nostra Rohrwacher, Clive Owen e la polacca Szumowska fra i nomi più rappresentativi).

L’Orso d’argento per la regia è finito invece a Mia Hansen-Løve, che con il suo quinto lungometraggio, l’equilibrato Things to Come, dipinge un affresco della borghesia intellettuale parigina e di una sua rappresentante in crisi di mezza età, interpretata da Isabelle Huppert. L’attrice francese si aspettava forse un riconoscimento personale, che invece è andato alla danese Trine Dyrholm che a quasi vent’anni da Festen interpreta per Thomas Vinterberg la figura di una donna tradita dalle bizzarrie di un marito egoista e immaturo. Nel suo complesso il film, The Commune, è ben poco convincente: un’accozzaglia di episodi e svolte emotive poco probabili che vedono una altrettanto mal assortita accozzaglia di persone riunirsi in una enorme casa al fine di condividere un’esperienza di vita comunitaria nella swinging Copenhagen degli anni Settanta.

Fra reazioni poco credibili a varie catastrofi esistenziali, colpi di scena da polpettone sudamericano e un tempismo poco riuscito perfino nelle battute fulminanti che nel Vinterberg dei tempi d’oro erano state un punto di forza, quello alla Dyrholm sembra un premio strappato per i capelli per un’attrice di sicuro talento, ma qui immersa in un melodramma prigioniero degli stessi stereotipi che vorrebbe abbattere. L’Orso per la migliore interpretazione maschile è invece andato al tunisino Majd Mastoura per Hedi di Mohamed Ben Attia. Anche qui, come non di rado avviene, il premio sembra più un incoraggiamento a un paese in evoluzione che merita sostegno e visibilità che un meritato riconoscimento personale a un attore che con la sua prova non ha convinto molti critici in sala. Forse frutto di eccessiva generosità (ma si vedano le summenzionate considerazioni geopolitiche) è stato assegnare a questo film anche un ulteriore premio, quello per la migliore opera prima (nella Giuria apposita c’era anche il nostro Enrico Lo Verso).

Ineccepibile, dal punto di vista meramente tecnico, il premio per il contributo artistico, che è andato al cinese Mark Lee Ping-Bing per il suo ammaliante lavoro fotografico per Crosscurrent di Yang Chao. In esso seguiamo la traversata di una nave lungo l’affascinante e simbolico fiume Yangtze, e sebbene la trama lasci un po’ a desiderare con la sua timida evoluzione a blocchi ripetuti e con personaggi piuttosto esili, non si può negare che le immagini che scorrono insieme all’imponente corso d’acqua siano a volte riccamente auto-sufficienti e superino in qualità e funzionalità espressive le poesie che ogni tanto i personaggi decantano con liricità un po’ fine a se stessa, contribuendo a creare un’atmosfera fantasmatica e sospesa per tutte le magiche due ore della proiezione. Film bello da vedere, ma anche senza audio, insomma…
Sinceramente incomprensibile, frutto di un probabile abbaglio generale, è l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura a Tomasz Wasilewski per il suo confuso e insipido United States of Love. La cosa più articolata che ci sentiamo di dire a commento è: boh.

Al di là dunque di un parterre che si è rivelato al di sotto delle aspettative (alcuni film sinceramente risibili, altri tanto più deludenti perché il nome e la qualità teoricamente c’erano) la Giuria ha stupito per alcune decisioni che hanno tenuto fuori forse alcuni dei film più salvabili, non foss’altro per la loro aurea mediocritas (quello di André Téchiné, forse il portoghese Cartas da guerra, persino lo sci-fi atipico Midnight Special di Jeff Nichols…) e hanno invece portato sugli scudi elementi parziali di lavori abbastanza imbarazzanti (Vinterberg, Wasilewski).

Non potendoci dilungare sui premi delle altre sezioni, ci prendiamo solo un paio di righe per un’eccezione, in quanto il documentario The Revolution Won’t Be Televised della mauritana Rama Thiaw ha meritatamente vinto il premio FIPRESCI per il Forum, la sezione più sperimentale che anche quest’anno ci ha ripagato per le ore perse a star dietro al concorso: è la ricostruzione, colorata, vivace e zeppa di buon rap, della scena musicale senegalese che negli ultimi anni è stata in prima linea nelle lotte per i diritti d’espressione e contro i vari dittatori e dittatorelli del continente nero. Recuperare la colonna sonora della Keur Gui Crew, studiare il movimento del “Y’en a marre” (“We Are Fed Up”) e immergersi nei colori e nei suoni centro-africani può ravvivare i sensi resi ottusi da una competizione principale piuttosto mediocre.