A gentle creature è una delle poche ma sempre preziose escursioni nel cinema di finzione di Loznica (o Loznitsa, dipendentemente dal grado di purismo della trascrizione), apprezzato in particolar modo come documentarista, quantomeno al di là dei confini russi. Russa è invece l’ispirazione per il film, che si sviluppa come un libero adattamento de La mite di Dostoevskij (come Une femme douce di Bresson) strutturato e riadattato però sul modello di Kafka.

Quella che di fatto è stata la proiezione più divisiva di Cannes 70 vede l’eponima gentile creatura (senza nome, come del resto tutti i personaggi) alle prese con la severa burocrazia statale. Quando ella si vede recapitare un pacco da lei stessa inviata al marito, incarcerato per motivi sconosciuti, si decide a fare chiarezza, temendo il peggio, ovvero che non ci sia più nessuno a cui recapitare alcunché.

Il pacco compie un doppio percorso, prima verso il carcere per poi essere rispedito al mittente, esattamente come Loznica inizialmente tralascia ogni psicologismo, dissolvendo gradualmente le caratteristiche di umanità per catapultare il suo personaggio in questa macchina infernale, per ritornare solo poi – dopo la prima ora di film – alla sfera della sofferenza umana, individuale, a una vittima non tanto di un pena meccanica quanto di crudeltà gratuita. Il discorso di Loznica è forse trai più duri nel cinema sociale e politico dell’ultimo decennio per come spinge nella sua rappresentazione, sconfinando quasi nella semplificazione eccessiva per come veicola pessimismo nichilistico. Da Dostoevskij verso Kafka e ritorno, in sostanza, anche se al cecoslovacco non si arriva mai, dopotutto questa resta una Milena Pucite. Non c’è quell’opposizione frustrante e grottesca del singolo contrapposto alla violenza legislativa e tecnica, c’è invece un massacro – perpetrato scientemente ma senza un vero fine – di una creatura gentile che finisce nella trappola senziente dell’amministrazione ordinaria, perché c’è un iter ben preciso, una catena di montaggio da perfetta fabbrica fordista che disinnesca il dissenso in tutte le su forme, perseverando nel celare le palesi ingiustizie di cui sono vittime anche le personalità da nulla, come il marito della protagonista. Non sappiamo se sia innocente, quasi sicuramente lo è, ma quello che più importa è la dimensione entro cui agisce il sistema di repressione: un algoritmo che per ragioni di sicurezza deve essere over-inclusivo e nella sua lucidissima follia trascina a fondo chiunque pur di non mancare nessuno dei suoi bersagli, perché la forza di qualunque sistema sta nell’inesorabilità dei suoi principi.

Questo è quanto ci mostrano i primi 60 o 70 minuti dell’opera, un Loznica impegnato a restituire tutta la complessità del castello in questione attraverso una costruzione per addizione dell’immagine filmica, la cui cifra è la profondità di campo. Doppia, tripla, su di essa il regista di origini bielorusse erge la durezza della sue riprese. A gentle creature diventa un racconto claustrofobico costituito da istantanee di nervoso immobilismo, ma piene, traboccanti di stimoli audiovisivi. A partire dal lavoro sul montaggio sonoro, esuberante nel suo tenere in primo piano un infinito caos di rumori, indistinti e non, per trasporre il senso di assoluta impotenza della mite di un contesto che però non sfocia mai nel grottesco, rimane brutale e serio, per via dei livelli in cui è possibile suddividere i piani-sequenza, che mimano una sorta di labirinto prospettico, all’interno del quale non è possibile distinguere il vero dal falso per riuscire a intrappolare colui (colei, in questo caso) che vi si addentra. Un continuo sovrapporsi di immagini traboccante nel senso non di abbondanza, ma di claustrofobia, come pareti che si stringono in inquadrature sempre più strette, nonostante gli immensi spazi aperti delle celebri piazze russe.

Loznica lavora da un lato architettonicamente, assemblando raffigurazioni via via sempre più ricche (ma mai barocche) e articolate che si fanno spogliare pezzo per pezzo nel lungo tempo per cui permangono sullo schermo, e dall’altro di lima, sgrezzandone il significato simbolico fino a renderlo sempre coerente con se stesso: l’inferno della burocrazia diventa un limbo asfissiante che mette nel congelatore le schegge impazzite che potrebbero evidenziarne i limiti, fino ad anestetizzare il nemico. Ecco perché Loznica è sin da subito così duro, non si tratta di un “esporre le contraddizioni della Russia” (che già di per sé non vuol dire molto) quando di mettere in luce come il paese ormai, nella radicalizzazione sempre più forte del suo ultimo processo di trasformazione socio-politica abbia ormai trasceso la forma dello stato d’eccezione verso un orizzonte in cui il nostro vede la violazione farsi norma.

Un primo moto che ci risveglia da questo scenario da incubo è l’inquadratura di un cellulare. Questo ci ricorda che non avevamo in realtà nessun indizio sul contesto temporale della vicenda, che per le situazioni dei trasporti, delle abitazioni, dell’inconsistenza del concetto di diritto, avrebbe potuto benissimo essere ambientata cinquanta, cento anni addietro. Quello che Loznica vuole palesare è questo secondo e più profondo cambiamento della società russa, che a suo modo di vedere implica un concetto di colpevolezza nelle azioni di chi ne fa parte attraverso una leva sul progresso tecnologico. Sintetizzando: siamo rimasti indietro, viviamo come barbari, benvenuti nel medioevo. Qui riposa la potenza della scelta del regista. Come detto prima, forse semplifica troppo, non prende perciò in considerazione quella presa sui corpi che si fa più lasca – lasciando intravedere l’illusione della libertà – in conseguenza del fatto che quella spirituale si fa sempre più salda, andando oltre la sovrastruttura culturale. Siamo di fronte a un j’accuse pesantissimo, che dimostra come, per dirla con le stesse parole del regista, nonché le più adatte, si sta scoperchiando il vaso di Pandora, resta sul fondo la speranza, sullo sfondo invece c’è solo la prigione.

La prigione è anche fuori, nel silenzio, nell’indifferenza. Appare banale dirlo in questi termini, ma è proprio a partire da qui (da quella scena che vedeva la prigione stagliarsi dall’alto come un castello) che Loznica inizia a risalire la corrente, prendendo il discorso sviluppato in ampiezza e compattandolo sempre di più, fino a ritornare a quella sfera di sofferenza privata e ciclica da cui A gentle creature partiva, immortalando come nel nuovo sistema il cannibalismo sia stato sdoganato completamente, la crudeltà elevata a elemento distintivo dell’individuo per perpetuare il ciclo di cui sopra. Crudeltà che si manifesta nella scena finale, un onirismo teatrale pesantissimo (in tutti i sensi, ricorda Ferreri) che vede tutti i personaggi, siano stati essi dei cardini della narrazione o semplici comparse, che come nelle commedie antiche e non solo si ritrovano a banchettare, ciascuno esponendo un parere, un’opinione, il proprio punto di vista che diventa incarico aziendalistico, compito specifico, quindi, allo scopo di ultimare quel massacro di creature gentili che era iniziato più di due ore e mezza prima. La fotografia cupissima diventa eccessiva e saturata, con una variazione cromatica impressionante che in un ultimo colpo di coda esprime un rintanarsi nel mondo della finzione dopo una chiave di lettura decisamente realista per meglio colpire lo spettatore: l’attacco definitivo è pesante come l’atmosfera del convivio alla persona, se non consapevole quantomeno complice nella rappresentazione. A gentle creature non è tanto nella scia di Hard to be a God di German Sr., invocato spesso a sproposito, quanto in quella di Haneke, in particolare di quel telecomando che fermava i Funny games e li riportava indietro nel tempo. La realtà è nella finzione anche per Loznica, quindi, che forse esagera in alcuni punti, a tratti certamente deborda, ma dà vita a un film di un intensità emotiva in un tracciato comunque sociale e politico così rara che difficilmente se ne vedono di simili sulla Croisette, che infatti ha capito ben poco di questo gioiellino, di questo Atroz depurato ancor più violento.