“Il gioco di Gerald” di Mike Flanagan

Anche se a far parlare di sé nelle ultime settimane è stato soprattutto l’adattamento cinematografico dell’iconico romanzo horror It (nelle sale italiane dal prossimo 19 Ottobre), non si tratta dell’unica fatica del leggendario scrittore Stephen King ad essere trasposta per il grande o il piccolo schermo nel 2017. Dal 29 Settembre è infatti approdato su Netflix il thriller psicologico Il gioco di Gerald, dall’omonimo romanzo del 1992 che segnò un momentaneo e parziale addio del romanziere al genere horror a favore di una narrativa carica degli stilemi del thriller, incentrata sull’introspezione psicologica. Questa introspezione cerca di restituirla il regista statunitense Mike Flanagan, reduce da una serie di horror non sempre apprezzati dalla critica (Ouija, Oculus – Il riflesso del male) ma carichi di quella suspense indispensabile per affrontare un progetto come questo.

Protagonista de Il gioco di Gerald è Carla Gugino, nei pani di Jessie, moglie di un avvocato di successo (appunto il Gerald del titolo, interpretato da un brizzolato e affascinante Bruce Greenwood) che decide di assecondare una piccola perversione sessuale del marito: essere ammanettata al letto. Quando però Gerald verrà stroncato da un infarto durante il rapporto, per una serie di drammatiche coincidenze Jessie resterà bloccata nell’isolata casa di campagna senza poter né muoversi né chiamare aiuto. Da qui in poi Jessie è completamente abbandonata alla sua immaginazione e alla sua mente, mescolando realtà e finzione in un doloroso viaggio mentale che passa per un terribile e traumatico ricordo d’infanzia.

Quando a occuparsi di un progetto del genere è un regista come Flanagan, abituato a horror facili e un po’ scontati, il rischio più grande è che un racconto carico di allucinazioni e di astuti passaggi tra realtà e finzione come Il gioco di Gerald venga trasformato in un filmetto tanto spaventoso quanto vuoto, in una sorta di Paranormal Activity del discount che male restituisce la complessissima struttura narrativa del romanzo di King. Tuttavia, senza rinunciare agli stilemi del genere che più gli è caro, Flanagan riesce a confezionare un film allo stesso tempo avvincente e angosciante, un racconto sul rapporto tra i mostri nella nostra fantasia e quelli nella nostra vita di tutti i giorni. Nella lunga sequenza onirica che occupa la parte centrale del film, Jessie (magistralmente interpretata dalla Gugino) si trova a parlare con sé stessa e con Gerald (entrambi proiezioni della sua immaginazione) del suo rapporto con l’altro sesso, per sempre turbato da una violenza subita a 13 anni dal padre, come raccontato nei flashback dominati da una suggestiva e angosciante luce rosso sangue, e in quella camera da letto (che l’intelligente fotografia di Michael Fimognari rende sempre più buia e angusta man mano che il film prosegue) si alternano le voci e i volti di uomini che cercano di venderle la libertà da quelle manette, da Gerald a suo padre (in realtà morto da diversi anni) passando per un inquietante, deforme e gigantesco uomo che trascina con sé un sacco pieno di resti umani e gioielli.

I jumpscare, la fotografia sempre più cupa e il montaggio veloce e ben curato (firmato dallo stesso Flanagan) sono elementi del film dell’orrore che si sposano però perfettamente col racconto di King, lasciando comunque spazio alla complessa retorica sul tema del mostro. Mostro che è tutto tranne che immaginario, dato che nell’ultima parte del film, in cui lo spettatore conosce le vicende di Jessie dopo il miracoloso salvataggio da parte della polizia, conosciamo la vera identità di quella creatura che tormentava la donna nella sua surreale prigione: è un necrofilo e profanatore di tombe di nome Raymond Andrew Joubert, dall’aspetto così mostruoso perché affetto da acromegalia (malattia che affligge anche l’attore che lo interpreta, il torreggiante Carel Struycken, noto ai più per aver prestato le sue uniche fattezze al gigante di Twin Peaks).

Flanagan riesce quindi a restituire tutta la complessità e la gamma di emozioni e di temi per niente semplici che troviamo nel romanzo di King, sfruttando al meglio gli stilemi del genere con cui si è fatto conoscere al grande pubblico e sfruttando al meglio un’attrice mai celebrata a sufficienza come Carla Gugino in quella che si candida ad essere la migliore prestazione della sua carriera.