“Girotondo” di Tonino Abballe

Un giro a vuoto

Dopo il mediocre Quel venerdì 30 dicembre (2016) che aveva segnato il suo esordio alla regia al fianco di Dario Germani, Tonino Abballe firma in qualità di sceneggiatore e regista – e parzialmente anche di interprete – Girotondo, un malriuscito tentativo di analisi dei rapporti tra i sessi dall’impostazione televisiva, estraneo a ogni possibile accezione del termine “cinematografico” data la mancata consapevolezza del mezzo.

Difficile approntare una sinossi, data la tendenza centrifuga e digressiva della narrazione. Uno psicologo – Massimiliano Buzzanca – e la sua paziente – Rosaria Razza – ripercorrono attraverso una serie di flashback – ammesso che effettivamente siano tali – gli alti e bassi della vita sentimentale di ErikaErika Marconi, cui sono deputati ben 7 ruoli – , LoredanaLoredana Di Pentima – e altre donne, accomunate da una relazione non sempre serena con il loro uomo – interpretato in ogni micro-episodio da Abballe, che non viene mai inquadrato frontalmente se non nel finale.

girotondo

Un primo “girotondo” è costituito dalla panoramica a 360 gradi sulla scogliera che apre la pellicola e che tornerà in composizione circolare a chiuderla. A seguito di questo virtuosismo tecnico – peraltro puramente velleitario, visto che l’operatore non è in grado di garantire un movimento di macchina fluido – , Abballe imposta le prime sequenze con una parvenza di autorialità, utilizzando inquadrature  statiche per dettagli di oggetti emblematici – si pensi al carillon per bambini, simbolo della gravidanza appena annunciata – che contestualizzino i personaggi, lasciando fuori fuoco ciò che si trova in secondo piano: ma nonostante una buona impressione sul momento, l’espediente non tarda a divenire cliché, inserendosi in uno schema ripetitivo di campi/controcampi per le scene in esterni che vedono coinvolti psicologo e paziente e di camera fissa fino al parossismo in ogni altra situazione.

Di fatto, sono proprio i cliché a informare Girotondo, a conferirgli quell’unitarietà di cui sarebbe altrimenti privo. La recitazione è scolastica, impossibilitata a sposarsi con i frequenti momenti di pathospathos parimenti artefatto e da soap opera – dalle scarse capacità degli interpreti, che non si risparmiano fugaci occhiate in macchina o letture di sottecchi alla parte, occultata tra alcune carte su un tavolo o fuori campo.

Le varie unità narrative di cui consta il film concernono una donna separata che non vuole far vedere il figlio all’ex-marito, una lesbica che però tradisce la compagna con un uomo, una ragazza filmata dal fidanzato durante l’atto sessuale venendo esposta al pubblico ludibrio in rete, una vittima di violenza per il suo abbigliamento provocante e così via; insomma, quanto di più prevedibile ci si potrebbe aspettare da un qualsiasi romanzo rosa. E in tutto questo, la caratterizzazione è completamente assente, così come il criterio dispositivo del montaggio: due fattori che rendono quasi impossibile seguire l’opera, dal momento che da un lato abbiamo personaggi inconsistenti che si somigliano tutti – anche a livello fisionomico – e dall’altro immagini che si susseguono senza alcun filo logico, eccezion fatta per qualche parallelismo.

Eppure vi sono anche aspetti che esulano dallo stereotipo, collocandosi in un limbo dove ogni attribuzione di senso fallisce: ci riferiamo alle sequenze in green screen – in cui un occhio attento potrà notare anche qualche mano o piede scomparire nel fondale computerizzato – dove gli ambienti cartooneschi della doccia prima, della palestra e dell’ufficio poi, sono teatro di dialoghi inconcludenti con frequenti cambi di discorso, che lasciano cadere nel vuoto quanto detto pochi secondi prima. Trattasi della conferma definitiva di una mancanza di coerenza e solidità in fase di sceneggiatura, di cui si potevano cogliere le avvisaglie già nella “non-caratterizzazione” di cui sopra.

Ingenuo tanto quanto la sua traduzione in immagini è l’ideale di amore propugnato da Girotondo, cui quintessenza dovrebbe essere la lettera letta da Loredana a pochi minuti dalla fine, un’infantile e sdolcinata sequela di luoghi comuni.

In una parola, inqualificabile.