“Good time” di Josh Safdie e Benny Safdie

Quarto lungometraggio per i fratelli Safdie, ai quali questa volta è stato concesso uno spazio – meritato, beninteso – nel concorso internazionale di Cannes, fatto che assieme alla presenza di Robert Pattinson e all’endorsement di Martin Scorsese ha consentito una commercializzazione del prodotto ben al di sopra delle possibilità di cui solitamente dispone l’indie americano, di cui il duo è una delle nuove facce più promettenti.

Il sopraccitato Pattinson è il prototipo dell’emarginato economico-sociale che il cinema americano, più o meno mainstream, ci sta proponendo abbastanza spesso negli ultimi tempi. Assieme al fratello affetto da un leggero ritardo mentale (interpretato dallo stesso Benny Safdie), tenta una rapina in banca che ovviamente finisce male generando la preventivabile “serie di imprevedibili conseguenze”. Ma questo è solo un espediente per dare vita all’eponimo “good time“, cioè un’ora e mezza abbondante di sagace  e raffinato divertimento per lo spettatore che però è tutto fuorché tale per i personaggi del film.

Non da interpretarsi nel senso banale della cosa, ovviamente, si ride della disgrazia altrui fin dai tempi del brodo primordiale e non serve certo che chi scrive si improvvisi Pirandello della domenica pomeriggio per spiegarlo a chicchesia. Il punto è che il divertimento è cinematografico, nel senso che si gioca con la narrativa, generando uno dopo l’altro macguffin, cause, espedienti, imprevisti, casualità, coincidenze, a partire da un classico dell’action moderno come lo scambio d’identità, al semi-trash “di formazione” con le tappe e l’aggregazione di un gruppo per micro-episodi singoli. Nick/B. Safdie finisce in prigione e l’organizzazione della sua evasione diventa per il fratello maggiore Connie un motore dell’azione, una messa in moto. Da lì la vicenda si complica e si intreccia con storyline parallele, tanto che l’obiettivo primario si perde facilmente di vista, per lasciare spazio alla rappresentazione di una sorta di uroboro di colori e luci al neon. Un po’ il Tarantino di Django Unchained, un po’ il primissimo Korine, l’estetica è tutt’uno con la frenesia. La fotografia di Sean P. Williams è fondamentale nell’equazione, giocando con il rosso, del sangue, dello spray anti-furto, della vernice fresca, e con i contrasti e pugni nell’occhio dati dalla connivenza d’uso tra mezzi analogici e digitali, fornisce vivacità e confusione anche quando la scena è statica o i Safdie si permettono un movimento di macchina più delicato e geometrico.

Tutto l’aspetto formale funziona perfettamente, tuttavia il film cede nelle sue “associazioni di idee”, per la prima volta nel cinema dei due fratelli. A cavallo tra una sequenze e l’altra ci si aiuta con un gioco che è anche di parallelismi od opposizioni, e spesso ciò è luogo per provare a arricchire l’opera di temi trasversali, come l’inscatolamento claustrofobico di Connie/Patinson, la mancanza d’identità a cavallo azione e conflitto (forse il guizzo più interessante e tuttavia il meno colto) o la già nominata emarginazione. Non funzionano perché troppo subordinate all’azione filmica in sé, privilegiata dai registi per garantire l’effetto principe dell’opera, quello confusionario, e poi perché quest’ultimo aspetto è stato valutato imprescindibile in ogni suo singolo momento, probabilmente per un residuo personalistico.

Inutile dire che a questo punto l’esito è buono, più che buono, molto divertente e preciso con qualche punta di grottesco che lo eleva ma non quanto basta ad archiviare la sfilacciatura e la disomogeneità (in senso totale, la mancanza di armonia e l’asimmetria sono dei punti di riferimento per i Safdie) che invece forse tradiscono ancora una certa immaturità. Nulla da togliere dunque alla giovane accoppiata, ma non siamo certo di fronte a una fusione tra i Coen e Korine, di cui comunque rispettano la lezione, con buona pace di quell’altra parte della critica.