“Hard to be a god” Aleksej German

Horror (vacui)

Presentato postumo al Festival internazionale del film di Roma, dopo lunghe riprese e una ancor più lunga post-produzione, Hard to be a god è il film-testamento di Aleksej Jurevich German, che, come Stalker di Tarkovskij e The ugly swans del purtroppo sottovalutato Lopushanskij, fa affidamento sulla reinterpretazione di un romanzo dei fratelli Strugackij per portare in scena l’esistenzialismo attraverso la fantascienza.

Trenta scienziati provenienti da quella Terra che noi conosciamo vengono inviati sul pianeta Arkanar, in tutto e per tutto identico al nostro ma bloccato in una sorta di eterno medioevo causato dalla repressione sistematica di ogni movimento culturale e dallo sterminio di intellettuali e artisti. Il loro scopo è quello di permettere il progresso di questo pianeta senza interferire con la politica e la storia locale. Uno degli scienziati, Anton, prenderà l’identità del “signore feudale” Don Rumata per meglio inserirsi, ma non riuscirà a seguire le direttive, finendo per essere trascinato nel vortice di violenza che ad Arkanar regna sovrana.

Tanto allegorico quanto marcio fin dalla prima inquadratura, Hard to be a god è un film sul rapporto tra uomo e società, sulla violenza del primo che va a costituire la legge della seconda, e quindi sulle fragili fondamenta che stanno alla base di ogni forma di regola. La tendenza istintiva dell’uomo a controllare il prossimo e a sopraffarlo è qui destrutturata e analizzata attraverso i vari stadi di logoramento che il potere subisce e infligge ai potenti (e non). Chi non detiene alcun tipo di autorità invidia quella altrui, desidera avere l’opportunità di prendere decisioni per sé e per gli altri.

In altre parole, desidera il potere nella sua accezione semantica, ovvero “la possibilità di fare qualcosa”, che nell’ottica di German Sr diventa “la possibilità di fare del male”, perché altrimenti tutti ad Arkanar hanno la possibilità di compiere un’azione giusta, e persino gli schiavi hanno piena libertà di fare qualunque cosa non danneggi gli altri. Ma la difficile situazione viene data per scontata e nessuno tenta di identificarne le cause, rassegnandosi così alla contingenza e individuando l’unica soluzione nel tentativo di sostituirsi ai potenti. La sofferenza umana è quindi indiscutibile ad Arkanar, è parte integrante della vita: resta da definire chi la origina e chi la patisce. Consci di questo stato, gli inermi desiderano rovesciare tale rapporto dialettico, non per liberarsi dal loro dolore endemico, ma perché nella loro mentalità è sottintesa l’associazione tra la propria felicità e il supplizio altrui.

Dall’altro lato si ha il potente, logorato dal peso dell’autorità, che vive nel terrore d’essere spodestato (come da iconografia tipica del tiranno), oppure il (presunto) semidio Anton/Don Rumata, che è invece logorato dalla sua incapacità di trascendere nonostante la sua natura para-divina, tanto da non riuscire a svolgere il ruolo di “Architetto” e finire con il perdere il suo distacco dal nuovo mondo di cui doveva essere guardiano. Specchio di questa situazione è la domanda “Cosa faresti se fossi un dio?”, una domanda banale e vuota per la mentalità terrestre che ossessiona lo scienziato, ma che è l’unico interrogativo (destinato inoltre a rimanere insoluto) che può nascere in un contesto simile. I vari tentativi d’essere un dio fanno soffrire esattamente come l’invidia cui s’accennava prima, ecco perché il protagonista continua a cercare risposte chiedendo a tutti cosa farebbero se potessero occupare il suo posto. Ma anche tra gli intellettuali che Don Rumata tenta di salvare, nessuno riesce ad andare oltre il principio retorico (oltre che parodico della cultura cristiana) “distruggere i potenti ed elevare i deboli”. Lo scienziato/semidio risponde che anche così si creerebbe una frattura, e non capisce come risolvere questa dicotomia, destinata a rimanere sempiternamente tale, a ripresentarsi in eterno senza che nessuna sintesi riveli una soluzione.

Inutile è infatti l’ultimo violentissimo gesto di ribellione di Anton, ormai calato suo malgrado e senza rendersene conto nei panni di Don Rumata. Tant’è che German Sr non fa utilizzare a nessuno dei suoi personaggi la definizione di “una Terra indietro di mille anni” per definire Arkanar, perché il pianeta alieno non è nient’altro che un corrispettivo del nostro senza dilazione temporale, dove lo stesso numero di anni è trascorso, ma nel quale viene ucciso sul nascere qualsiasi tipo di arte, che, quasi come in Lopushanskij, diventa il mezzo di salvezza e l’allegoria della volontà umana di progresso e miglioramento. Così Arkanar è una Terra su cui l’effetto salvifico dell’arte non ha attecchito per colpa della collettività e rappresenta quindi una situazione atemporale, in grado di avverarsi/ripetersi in ogni momento, se le precondizioni sono in grado di manifestarsi nuovamente.

Appare chiaro, dunque, che Hard to be a god non è un film sul tempo, bensì sullo spazio, spazio che viene continuamente riempito e soffocato di particolari anch’essi gonfi, barocchi, opulenti. Non è nemmeno uno spazio statico, anzi, è in continuo dinamismo: le persone e gli oggetti si (dis)perdono nell’inquadratura e così perdono il loro senso d’essere, la loro alterità rispetto al contesto, fino ad andare a formare un’unica gabbia in cui tutto è ambiente, e la volontà umana sembra guidata da una mano invisibile che da tale ambiente proviene, come un’emanazione della collettività degli istinti, un tempo individuabili ma ora confusi. Nulla è mai vuoto in Hard to be a god.

Questo ammassarsi di corpi vivi su corpi morti e viceversa fa sì che il film metta in scena l’orrore nella sua massima concretezza, in ambito visivo e concettuale, anche per mezzo della più becera scatologia, attraverso un miscuglio indefinito di fluidi corporei, fango, grida, aberrazioni, in un tripudio di carnalità nella sua ottica più bieca e raccapricciante. Aspetto che viene enfatizzato e accentuato poi anche tecnicamente. La fotografia curata, maniacale, che acquisisce significato tramite le allegorie di Klimenko e Ilin (qui alla loro prima e unica collaborazione) volge il suo bianco e nero verso le gradazioni scure e ne riduce il range cromatico, talvolta ostacolando la completa recepibilità dell’immagine, per calcare la mano sull’idea di un mondo grigio, informe (non a caso i Grigi sono le squadre di sterminio degli “intellettuali”) che eleva l’elemento grottesco a una dimensione di iper-continuità spaziale, come se ogni inquadratura partorisse la successiva in un gioco visivo di scatole cinesi.

La tecnica registica di German padre è invece quanto di più concettualmente semplice e più complicato dal punto di vista realizzativo possa essere concepito: l’uso incessante della steadicam va a comporre lunghi ma mai macchinosi piani-sequenza che costituiscono una soggettiva di quasi tre ore dalla quale non è possibile dissociarsi perché lo spettatore coincide con un osservatore muto (ma esistente e non meramente teorico), esattamente come uno degli scienziati che sono stati inviati in incognito per monitorare la situazione. Quindi è normale per i personaggi trattare l’occhio della macchina da presa come uno sguardo vero, facente parte anch’esso di quella messa in scena barocca e strabordante.

La rottura della quarta parete è scontata e per questo ributtante e viscida, perché calando in questo modo lo spettatore nel mondo fittizio cinematograficamente creato gli si fa perdere il suo più grande vantaggio e ciò che gli dà più sicurezza, ovvero la certezza di non essere osservato, di essere lui solo a scrutare le sventure e le azioni altrui, giudicandone poi l’esito; adesso invece chi osserva è dentro il marciume di Arkanar, anzi, ne è parte integrante, potendo così osservare l’ambiente circostante senza che nessun angolo gli sembri mai vuoto; che esso invece è riempito da qualcosa che sembra essere fuori posto, o occupare più spazio di quanto dovrebbe. Ad Arkanar tutto deborda, dagli escrementi nelle latrine (oggetto anche della primissima inquadratura) ai seni delle grasse prostitute, dalle carcasse nelle fosse scavate alla bell’e meglio al sangue dei morti ai margini delle strade. Tutto questo debordare soffoca e opprime i personaggi così come lo spettatore.

In conclusione, Hard to be a God è sicuramente un film difficile, in quanto è un viaggio vero e proprio, e come tale va al ritmo della vita umana, includendo i tempi morti della riflessione e delle incertezze. Necessita di tutta la pazienza di uno spettatore attento, però il risultato non può essere messo in discussione, e la sua riflessione sull’inalterabilità della civiltà è uno dei più interessanti esiti della fantascienza sociale degli ultimi tempi. Solo il tempo però ci dirà se esso sarà l’ennesimo capolavoro della fantascienza russa a non venir adeguatamente distribuito in Italia (come Solaris che da noi venne decurtato della prima ora) ma in grado comunque di farsi strada, o se diventerà un cult purtroppo eccessivamente underground come l’altrettanto impressionante Lettere da un uomo morto.