“Hounds of Love” di Ben Young

Can che abbaia...

Photography by Jean-Paul Horré jeanpaulhorre@gmail.com

Hounds of Love, presentato nella sezione delle Giornate degli Autori, è un film crime diretto dal regista televisivo australiano Ben Young, al suo esordio alla regia di un lungometraggio. Carico di elementi derivanti da generi come l’exploitation e suoi sottogeneri, come il women in prison o il rape and revange, Hounds of Love entra a far parte di quella decina di film australiani che negli ultimi tre anni, distribuiti nelle varie sezioni, si sono fatti notare all’interno della Mostra del Cinema di Venezia.

La trama è piuttosto semplice: nel 1987, in una grande città nella zona ovest dell’Australia, Evelyn e John, all’apparenza una coppia normale, girano ogni sabato sera per le strade meno trafficate in cerca di una ragazza da caricare in macchina con l’unico scopo di tenerla nella loro abitazione per torturarla e violentarla. Quando la coppia proporrà di dare un passaggio all’adolescente Vicky Maloney, la loro macabra routine cambierà drasticamente.

Quello australiano è obiettivamente un settore cinematografico in via di espansione ed evoluzione, e questo non vale solo per la partecipazione di film australiani a festival internazionali, ma anche per l’affermazione di pellicole firmate da autori come David Michod o attori come Joel Edgerton che riescono a tenere testa ai grandi blockbusters americani nei botteghini di tutto il mondo.

Limitatamente al rapporto dei film di questo paese con la Mostra, però, è facile notare due caratteri in comune tra le pellicole australiane, per così dire, “da festival”: per prima cosa una regia molto statica, che ricorre spesso a lunghissimi ralenti, con una disposizione e una composizione degli elementi nell’inquadratura che deve molto di più alla fotografia che al cinema; ma soprattutto, in seconda battuta, una gran voglia di rinnovare il genere, qualunque esso sia.

Sono elementi che troviamo in The Rover (2014, presentato in concorso al Festival di Cannes) in Looking for Grace (presentato in concorso qui a Venezia l’anno scorso) in The Daughter (Venezia 72 – sezione Orizzonti) e infine anche in Hounds of Love: per quanto lo spettatore possa apprezzare o meno il genere infatti, è difficile togliersi dalla mente immagini come l’interminabile ralenti della scena iniziale, in cui vediamo da molto vicino un gruppo di giovani future vittime dei due rapitori intente a giocare a netball, oppure le sequenze, dal POV di un personaggio alterato da alcol, droghe o semplicemente dalla paura, che ritraggono l’orrido e insanguinato nido d’amore dei due protagonisti, riuscendo a rendere sia la dimensione onirica dell’inquadratura, sia l’angoscia dell’ambientazione.

Non mancano neppure le scene cariche di azione ed energia, come forse quella che resterà più a lungo nella testa dello spettatore, che ha per protagonisti John e il mastino Lou-Lou. Il giovane regista australiano sembra aver sviscerato un genere che sembrava aver già detto quello che doveva dire anni fa, ovvero il torture and revenge, per esaltarne al massimo ogni aspetto, ottenendo lo stesso effetto sperato da un regista dello stesso genere negli anni settanta, ma arricchito da uno studio dei particolari (in primis quelli psicologici) che autori come Meir Zarchi (Non Violentate Jennifer, Don’t Mess With my Sister) preferivano evitare per non annoiare lo spettatore.

In conclusione, Hounds of Love è un prodotto che certamente incontra solo determinati gusti, ma riesce a centrare ogni suo obiettivo e a presentarsi come uno dei progetti più interessanti degli ultimi anni nell’ambito del revival dell’exploitation.