Presentato nella neonata sezione speciale Venice Virtual Reality, Jia Zai Lanre Si – titolo internazionale The deserted – è il pioneristico mediometraggio in realtà virtuale del maestro taiwanese Tsai Ming-liang, la cui poetica si rivela particolarmente affine al nuovo mezzo.

Un uomo collegato a degli elettrostimolatori – Lee Kang Sheng, attore di riferimento di Tsai col quale quest’ultimo ha stretto un profondo sodalizio – fissa il vuoto mentre la compagna cucina il pasto, per poi spostarsi nei campi; da una finestra poco distante, una donna biancovestita scruta la strada sottostante. Entrambi poi consumeranno dei rapporti sessuali, dando l’illusione di spezzare in tal modo la stasi di cui sono prigionieri.

L’autarchia dell’inquadratura fissa senza movimenti di macchina è messa in discussione dalla libertà di movimento offerta dal visore, che consente a ciascun fruitore di focalizzarsi sulla porzione di proprio interesse. Non è tuttavia solo una questione di immagini: a ogni minima variazione del campo visivo ne corrisponde una della traccia audio, sicché anche il suono di una goccia d’acqua sarà diverso a seconda che si diano le spalle agli interpreti oppure li si guardi frontalmente. Lo spettatore può adottare qualsiasi angolazione, reinventare lo spazio, esplorare ogni angolo degli appartamenti sozzi e fatiscenti e, persino, disinteressarsi completamente a quel che viene mostrato.

Jia Zai Lanre Si

In questo senso, la realtà virtuale costituisce la quintessenza dell’arte di Tsai. Il carattere morboso e alienante della quotidianità ora può essere esperito senza la mediazione dello schermo: anche se di fatto non è concesso andarsene in giro – ultimo baluardo a delimitare il confine della finzione filmica, ma che alcuni sperimentatori intendono abbattere negli anni a venire – , l’effetto complessivo è di essere lì nel senso di «esisterci»: siamo a tutti gli effetti parte della pellicola, e, nel caso specifico di Jia Zai Lanre Si, parimenti in trappola. L’esperienza, prettamente estetica e che si avvale di alcune sequenze di grande impatto – una su tutte quella nella vasca da bagno con l’enorme pesce bianco – , risulta nel complesso straniante, restringe la fruizione a una dimensione solipsistica: in altre parole, muore il concetto di sala.

Potendo fare una considerazione più generale su questa nuova tecnologia, le riserve sulla sua compatibilità con la settima arte non sono poche. In primo luogo, vi è un limite fisiologico di sopportazione – il che spiega la durata contenuta di tutte le opere sinora presentate nella sezione: per quanto la messa a fuoco possa essere precisa, già a pochi minuti dall’inizio si avverte una sorta di vertigine, che nel caso di film “movimentati” può tradursi in nausea. Ancora, vi è un’aberrazione speculare delle prerogative di autore e fruitore: il primo perde controllo sull’immagine nel momento in cui colui che vede sceglie non solo cosa vedere, ma anche come e, talvolta, quando vederlo; il secondo esce dal pubblico, non fa più parte di quel corpo collettivo che condivide il medesimo punto di vista, si isola.

Jia Zai Lanre Si

E’ pur vero che per esperimenti del calibro di Jia Zai Lanre Si, esulanti dalle convenzioni mostrative e narrative tradizionali, questo discorso non vale. In futuro, tutto starà nel criterio adottato per determinare quali espressioni artistiche effettivamente trarrebbero beneficio da tali innovazioni, nella speranza che non ci si limiti invece al gioco di prestigio.