Joan Miró – Materialità e Metamorfosi a Palazzo Zabarella

Una mirabile mostra a Padova

Joan Mirò (1893 – 1983) ha liberato l’arte dagli schematismi che l’avevano imprigionata fino d’allora. Ha il merito di aver avvicinato padri e figli ancora piccoli nell’amore per l’arte. I suoi grafismi, i colori accesi e forti suscitano lo stupore di chi nel definire l’opera d’arte pensava alla necessità di inquadrarla nelle categorie ormai accettate. Si richiedeva la capacità di far coincidere la sua opera con gli schemi dell’arte classica: la verosimiglianza, il quadro come specchio che rifletta l’oggetto, il paesaggio, il personaggio che si vuole rappresentare. Quanto più l’opera rispetta questi schemi, tanto più la si considera riuscita.

Mirò genericamente risente delle avanguardie del primo Novecento, in realtà è fuori da ogni categoria e fa storia a sé. A prima vista lo si vede come un naif che gioca con le lettere dell’alfabeto riunendole in una apparente casualità, mentre in effetti rivoluziona ciò che si dava per acquisito: la divisione cioè fra le opere di pura immaginazione e la riproduzione il più possibile veritiera dell’oggetto dipinto.

A Padova, a Palazzo Zabarella, la Mostra Joan Mirò: Materialità e Metamorfosi” – esposizione curata magistralmente da Robert Lubari Messeri – è a disposizione dei visitatori sino al 22 luglio del 2018 raccoglie i quadri originariamente appartenuti ad un collezionista giapponese che li ha donati al Governo del suo Paese.

Molte fra le opere esposte sono visibili per la prima volta in uno stesso contesto: Dadaismo e Surrealismo lo riempiono di entusiasmo ma la sua cifra espressiva li supera, li sottintende creando una categoria a sé che è appunto “lo stile Mirò” fatto di apparente infantilismo, piacevole alla vista e magico nella sua originalità.

Picasso e Matisse lo ammiravano formando una triade, in una delle quali i successivi artisti si riconoscevano.

Visse a lungo Mirò e continuò a dipingere ed inventare fino agli ultimi suoi giorni, lasciando una gran congerie di opere che ora in buona parte figurano nelle grandi collezioni museali.

Molte delle opere esposte a Palazzo Zabarella appartengono agli ultimi anni della sua vita ma non sono riunite per tema ma si sviluppano lungo un percorso che coincide con l’arco della sua lunga vita.

Fu anche scultore usando il legno, il bronzo, la ceramica. E’ di questo materiale l’opera “Donna con uccello” sistemata nel parco di Barcellona a lui intitolato.

Dadaismo e Surrealismo restano sullo sfondo: pallide rimembranze di materiali vili nobilitati dall’estro dell’artista.

Come avviene nell’arte astratta anche qui, con Mirò, é spesso il titolo a dare un senso all’opera, a rivelare le intenzioni dell’artista.

Lettere maiuscole coloratissime, agglomerati di colore simili a navicelle spaziali sono la cifra che rendono Mirò immediatamente riconoscibile trasmettendoci quella gioia, quella serenità che hanno accompagnato la sua vita felice nella bella costa che unisce Francia e Spagna e Italia, accogliendo i fortunati che, liberi da preoccupazioni materiali, possono vivere in una specie di empireo, al di sopra del bene e del male, in totale armonia con l’Arte.

 (Ha collaborato Giacomo Botteri)