“Ku Qian” di Wang Bing

Made in China

ku qian wang bing

Ultimo film presentato nella sezione Orizzonti della 73. Mostra del Cinema di Venezia, Ku Qian (letteralmente “soldi amari”) è il tredicesimo lungometraggio del documentarista cinese Wang Bing. Utilizzando un approccio distaccato e senza intervenire in prima persona ma facendo parlare solo ed esclusivamente le immagini, Bing offre uno spaccato del mondo del lavoro a ore nelle grandi città industriali cinesi, principalmente nell’industria tessile.

Il film si apre su una famiglia, composta da uomini e donne di tutte le età, che si prepara per raggiungere una grande città industriale in treno, partendo da un villaggio rurale. Durante il tragitto li sentiamo discutere delle ore di lavoro, dei salari irrisori e delle condizioni al limite del sopportabile, il tutto senza sembrare particolarmente turbati dalla propria routine. Dopo questa parentesi però, Bing abbandona questo gruppo di lavoratori per andare a conoscere altri personaggi, da una litigiosissima coppia proprietaria di un negozio, che sembra essere unita solo dalla comproprietà dell’esercizio commerciale, a un operaio di mezza età che lavora contemporaneamente in svariate aziende tessili.

Ku Qian, assieme ad altri film presentati in questa edizione della mostra (ad esempio Liberami di Federica Di Giacomo o Auf Safari di Ulrich Seidl) appartiene a quel filone di documentari per così dire veristi che, seguendo le orme di maestri del genere come Frederick Wiseman o i fratelli Maysles, vanno a scoprire un determinato ambiente, più o meno sconosciuto, presentandolo allo spettatore senza alcun commento esplicito dell’autore, ma solo tramite l’uso delle immagini e con l’aiuto di qualche breve intervista. Questi documentari tuttavia si rivelano veramente interessanti ad una sola condizione: l’argomento trattato deve essere pressoché ignoto al grande pubblico, o quanto meno deve essere affrontato da una prospettiva del tutto nuova, in modo da stuzzicare la curiosità dello spettatore.

Purtroppo non è questo il caso di Ku Qian, e i motivi sono principalmente due: per prima cosa, quello del lavoro sottopagato è un tema ben noto allo spettatore medio di inchieste e documentari, al punto da essere trattato abitualmente anche da programmi televisivi giornalistici che, pur non utilizzando le tecniche del documentario d’autore, approfondiscono il tema molto più a fondo di quanto abbia fatto il regista cinese; in secondo luogo poi, Bing non sembra voler sviluppare il tema oltre a quei pochi e prevedibili punti che lo riguardano, ovvero i turni interminabili, le paghe bassissime e le condizioni insostenibili.

Diversamente da quanto possa suggerire il titolo infatti, l’impatto di queste improbabili condizioni di lavoro sulla vita privata e sull’emotività degli individui non è indagato a sufficienza, ma anzi alcuni dei personaggi intervistati sembrano essere completamente abituati a questo tipo di vita, il che non aiuta affatto l’intento di tutto il documentario. Tuttavia, nei pochi momenti in cui Bing indaga sulla vita privata di questi lavoratori, riesce a realizzare quelli che sono i segmenti migliori di tutto il film: da segnalare la scena in cui una delle ragazze viste nelle primissime scene, una volta trasferitasi vicino alla fabbrica in cui lavora, annulla un preannunciato ritorno a casa per poter fare più turni in azienda, il tutto tramite una breve nota vocale alla mamma.
In conclusione, per quanto contenga degli spunti interessanti su un mondo che non conosceremo mai a sufficienza, Ku Qian non sviluppa abbastanza l’argomento trattato, al punto da risultare a tratti noioso.

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