La Bohème al Verdi di Padova: “sfortunata” ma promettente

La “prima” del 29 dicembre: un’indisposizione del tenore non pregiudica lo spettacolo

Foto: Giani

Non è giusto ridurre la “prima” della nuova Bohème allestita al Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Padova al solo “incidente” occorso a Giorgio Berrugi, per quanto esso sia stato costantemente al centro dell’attenzione: il tenore ha voluto andare in scena con voce minata dai postumi di una bronchite. Del resto, come ha ricordato il regista nell’intervallo, il teatro è vivo anche grazie all’umanità che lo crea, e ad ogni sua ineluttabile, eppur affascinante, fragilità. La parte di Rodolfo è dunque stata cantata con trasposizioni all’ottava inferiore e volumi sonori modesti, facilmente travolti dall’orchestra.

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Foto: Giani

Ci si deve senz’altro rammaricare per non aver potuto apprezzare l’altrimenti nota qualità interpretativa di Berrugi, e per trovarsi di fronte a una rappresentazione di fatto non valutabile, perché privata di uno dei ruoli fondamentali; si possono però cogliere costellazioni di frammenti positivi, che si spera andranno a ricomporsi in un quadro unitario in occasione della seconda recita, la notte di San Silvestro, o durante le repliche previste a Rovigo in gennaio.

Il regista Paolo Giani ha voluto una Bohème contemporanea, tuttavia meno “trasgressiva” ed esuberante della Traviata di un anno fa. Il mondo di Rodolfo e Mimì è diventato quello della Parigi d’oggi, dove il bohémien è un casual-chic decaduto, dagli abiti alla moda ormai logori. Pochi elementi definivano tuttavia la scena, a un tempo ingombranti e astratti. Lo spazio è rimasto unitario per tutti e quattro gli atti, articolato solo da oggetti scenici completamente bianchi, quali letti, bottiglie, bicchieri, oppure cataste di simboli relativi alle arti dei quattro protagonisti maschili: scartafacci per Rodolfo il poeta, violini, trombe e leggi per il musicista Schaunard, grandi tomi accatastati per il filosofo Colline e cornici vuote a parlare di Marcello, il pittore.

Foto: Giani
Foto: Giani

Il bianco bilanciava gli accesi colori di luci e insegne (come nel Secondo Quadro, dominato dai led dell’insegna verticale “MOMVS”), ma commentava anche il vuoto lottare dei protagonisti verso denaro e fama e, ancor più, rispondeva al mortale pallore di Mimì. L’interazione fra regia e scenografia è stata dunque convincente, al netto di qualche incerta voglia di eccesso, come la lap dance nel bar Momus, che mal si integrava alle spalle dei cori dei bambini (peraltro dai costumi non pertinenti con il resto, consistenti in felpe e casacche catarifrangenti) inneggianti ai giocattoli di Parpignol, rendendo l’intenzione scenica un poco nebulosa.

 

Per quel che riguarda il cast, la Mimì di Maija Kovalevska è forse sembrata sin troppo “energica” e vocalmente potente, per il personaggio: non è da escludere, però, che ciò sia stato dovuto all’“assenza” di Rodolfo e dunque alla necessità di “bilanciare” gli equilibri drammatici e musicali. Si è trattato comunque di un’interpretazione di qualità, così come quella degli altri protagonisti, tra cui una nota di merito va espressa per il basso Gabriele Sagona/Colline: la sua Vecchia zimarra ha trovato una singolare bellezza di timbro e d’espressione. Per il resto, non si sono riscontrate particolari criticità; ovvero, al contrario, rimane la singolare voglia di menzionare un’eccellenza forse passata inosservata. Nel breve, gustoso ruolo di Benoît, Davide Pelissero è forse stato uno dei migliori in scena, bravo non solo nel canto ma anche nel lavoro d’attore.

Foto: Giani
Foto: Giani

Positiva è stata anche la prova dell’Orchestra Filarmonia Veneta che, del resto, con la Bohème ha particolare familiarità, avendola eseguita con frequenza; è dunque stata limpida e tranquilla l’intesa con il direttore d’orchestra, Eduardo Strausser.