“La isla mínima” di Alberto Rodríguez

C’era una volta a Guadalquivir

Alberto Rodríguez, al suo sesto film, dopo il successo di, mette in scena un noir cupo e delicato che si svolge nel 1980. Due detective dalle storie diverse vengono chiamati a indagare sulla sparizione di due ragazzine. Quando i cadaveri di queste vengono ritrovati, Pedro e Juan si rendono conto che in quella distesa di desolazione e povertà del sud spagnolo un serial killer sta approfittando del disagio causato dalla situazione incerta dopo la caduta di Franco per agire indisturbato.

La isla minima arriva in Italia sulla scia del notevole incasso in patria e forte anche della vittoria di dieci premi Goya, fatto che ha permesso alle pellicola di diventare il film spagnolo dell’anno. Come già accennato si tratta di un tipico noir, che non è però solo un pregevole film di genere, ma anche un ottimo affresco della situazione politica e sociale spagnola, di trent’anni fa e di oggi. Questo risultato è raggiunto trascendendo gli stilemi del genere per sfociare in una costante metafora, capace di raccontare perfettamente le vestigia della dittatura franchista che ancor oggi pesano sulla penisola iberica. Gli elementi che permettono di comprendere questa scelta autoriale sin da subito e che sorreggono il tutto sono i personaggi e l’ambientazione. Una coppia di detective diversi e dai metodi e visioni del mondo opposti non è certo una novità nel genere investigativo (cinematografico o anche televisivo o letterario, qui sembrano particolarmente forti gli echi di True Detective) ma qui il dualismo tra Pedro e Juan è calcato quanto basta per far sì che risultino sufficientemente allegorici senza tuttavia sfociare in una dicotomia scolastica.

Rodaje de la pelicula Isla Minima de Alberto Rodriguez Produccion Atipica Films
Rodaje de la pelicula Isla Minima de Alberto Rodriguez Produccion Atipica Films

 

Pedro è giovane, idealista, sposato da poco e neo-padre, spedito a Guadalquivir per uno screzio con un superiore colluso con il regime, ed è l’emblema di una nazione che si affaccia alla democrazia con difficoltà; questa volta gli viene impartito di risolvere il caso prima della vendemmia, per evitare scandali o problemi con i lavoratori. Dall’altro lato c’è Juan, alla buona e godereccio, con un approccio più da giustiziere che da tutore della legge, senza remore a usare la violenza sui recalcitranti, ma meno calcolatore e freddo, più capace di leggere le persone. Più tardi lo spettatore scoprirà che si tratta di un ex-brigatista sociale riassegnato dalla polizia segreta a quella comune, che nove anni prima era stato coinvolto nell’uccisione di una giovane manifestante.
Un altro merito dell’opera è proprio quello di saper giocare con la curiosità dello spettatore, centellinando le informazioni e accennando con una sola scena chiavi di lettura più o meno determinanti. È grazie a un paio di inquadrature a camera fissa di qualche secondo che scopriamo che Juan sta è gravemente malato (quando urina sangue in bagno e sviene nella stanza), simboleggiando quel potere anacronistico che alla fine deve arrendersi e scomparire. Ciò nonostante è il “fascista” a risultare più empatico, a ispirare più fiducia ai personaggi che verranno interrogati dai due, a dimostrazione dell’opposizione calibrata. Juan avrà diverse epifanie animali (soprattutto di uccelli) e si renderà conto della sua fine: un tempo era un uomo di fiducia del regime, soprannominato con timore reverenziale “il corvo”, ora quello stesso corvo che vede prima di svenire è presagio di morte, per lui e per il fascismo, per quanto possa riuscire a mentire convincendo chi gli sta intorno del fatto che un uomo come lui possa vivere in una realtà diversa.

La_Isla_Minima_02Se da un lato quindi abbiamo questi due detective sì archetipali ma non stereotipati, dall’altro abbiamo l’opposizione tra il chiuso delle case e l’immensità dei campi coltivati, ma anche tra la desolazione della provincia (da cui tutti si sentono soffocati e vogliono scappare) e l’enorme gravità della situazione della Spagna e delle sue molteplici realtà, che tenta di non collassare su se stessa. Rodríguez per questo motivo ricorre spessissimo all’inquadratura dall’alto, che schiaccia i personaggi e li rimpicciolisce, calandoli in un contesto di impotenza e di impossibilità ad  autodeterminarsi. Inoltre, seguendo spesso l’azione dall’alto, lo spettatore viene coinvolto da una certa sensazione di lentezza (perché ovviamente lo spazio per i movimenti si dilata e acquista maggior respiro) che, assieme alla terra molliccia e all’acqua fangosa, contribuisce a costruire un percorso non irto di ostacoli, ma macchinoso per colpa di una giustizia inefficace e delle vestigia ancora ben presenti del regime.

L’ambientazione nei grandi latifondi ci ispira un parallelo: la pioggia e l’ambiente ricoprivano ruoli simili in Memories of murder, grande opera di Bong Joon-Ho che analogamente a questo film prendeva una storia “all’americana, con il serial killer, lo schema da individuare e tutto” (come diceva il detective Park Doo-Man nella pellicola del 2001) per mettere in luce una problematica politica e sociale. Nel film spagnolo però la dimensione paradossale e tragicomica non è presente, e lascia invece spazio alla chiave di lettura metaforica, per cui sul finale il caso perde quasi la sua rilevanza criminale, e la vicenda finisce con il coinvolgere tutta una marcia realtà cittadina, senza sconti per nessuno. Alla fine dunque il colpevole non è poi così importante, perché il significato del film risiede in quell’ultimo sguardo tra i protagonisti, un ultimo sguardo (per certi versi con lo stessa struttura climatica di Whiplash) che esprime tutte le differenze tra la visione del mondo dei due e le future sorti della Spagna.

La isla minima è perciò un perfetto film di genere che non si adagia sugli stereotipi, ma ha un nucleo trascendente che rivela un male sociale, un’idea di morte che pervade l’atmosfera e compenetra il terreno che i personaggi calpestano. Gli stilemi del genere sono rispettati ma anche rielaborati per adattarli alla particolare ambientazione, e il ritmo lento del montaggio rispecchia appieno lo spirito dell’opera, al servizio com’è della rappresentazione del rapporto tra società, valori e potere. Chi è infatti il serial killer, se non quel potere selvaggio che spadroneggia con la violenza e la paura, che anche una volta sradicato lascerà dietro di sé delle tracce pesantissime? Quello stesso potere che cambia pelle pur di assicurarsi la sopravvivenza: latifondisti sfruttatori per cui purtroppo le prove di colpevolezza non sono mai sufficienti, trafficanti di droga che aiutano le indagini al solo fine di ricevere carta bianca nei propri loschi affari, o ancora poliziotti ex-servi di regime e capaci di assassinare ragazze durante una manifestazione, ma che ora vengono considerati eroi per aver ammazzato un altro assassino di ragazzine…