Anche L.A. ha un’anima. E’ quella di milioni di sognatori arrivati sulla west coast per realizzare le proprie aspirazioni. Non tutti sono qui – poveri loro – solo per “diventare famosi”. Nella Los Angeles del traffico paralizzato sulle highyway, degli ego-party a bordo piscina, dei casting annoiati e dei locali samba & tapas, per fortuna, c’è ancora spazio per il sentimento, per la passione. E, ovviamente, per la Musica.

E’ qui che Mia (Emma Stone) e Sebastian (Ryan Gosling) si incontrano, si innamorano e uniscono le forze per raggiungere i propri sogni. Quello di recitare, per lei; quello di salvare il jazz (e aprire un locale dove suonarlo), per lui. Dicono che si ameranno per sempre. E forse sarà così.

Damien Chazelle (Whiplash) sceglie proprio la Città degli Angeli per omaggiare il Musical, un genere in via di estinzione. Lo fa senza licenze e senza sconti, senza rivisitazioni formali o espedienti innovativi. Lo fa con innocenza e purezza, citando, ricreando e venerando i classici dell’era d’oro di Hollywood, quando i musical sbancavano i botteghini e contribuivano ad alimentare la magia del cinema statunitense. Come un guardiano del tempio, Chazelle lotta per salvaguardare uno dei pilastri del cinema americano, insomma. Proprio come Sebastian nel film combatte per tutelare il jazz “puro”.

la la landMa La La Land è più di un semplice hommage? Forse. C’è un tocco leggero nel film di Chazelle che affiora piano piano e rivela che lo spirito del tempo è cambiato rispetto ai gloriosi anni ’50 e ’60. Le sequenze di massa si riducono, le voci si sporcano e Los Angeles vive solo all’alba o al tramonto; una città dalle strade – quasi sempre – deserte e solitarie. Lo stile classico resta, anche visivamente, ma tutto si fà a poco a poco più intimo, riservato. Il grande respiro del dopoguerra è diventato il sospiro timido di una generazione talentuosa ma insicura. La carica del boom è evaporata: il retrogusto amaro è dietro l’angolo. The Times are Changing. Di nuovo.

Nell’impianto tradizionale del musical, La La Land offre una buona colonna sonora – più per le musiche che per i testi in realtà – e piacevoli numeri di ballo con coreografie old school (ma per lo più minimal), conditi da affiatati duetti e passi a due tra i protagonisti. Ogni tanto però, il metronomo di Chazelle si inceppa. Le parti musicali si integrano meno con la narrazione e il carico emotivo rischia di disperdersi prima di toccare veramente nel profondo. E’ Emma Stone il barometro emozionale in grado di restituire il feeling con lo schermo. Brava lei (e in odore di nomination), ma per la gloria imperitura del musical serve qualcosa in più.