La Madonna «musulmana» di Ermanna Montanari

Il Teatro delle Albe ci ha ormai abituato all’alternanza tra spettacoli ‘grandi’, kermesse che spesso coinvolgono cittadini e spettatori nell’elaborazione scenica (tra cui il recente Inferno dantesco, Premio Ubu 2017 come miglior progetto curatoriale), e lavori ‘intimi’, raccolti e preziosi, in cui emerge l’enorme bravura di Ermanna Montanari, e la potenza archetipica e ancestrale della sua voce. In questo versante, nel corso degli anni, si possono menzionare almeno Rosvita (1991), scritto dalla stessa Montanari a partire dalle opere della monaca sassone Rosvita di Gandersheim, e Lus di Nevio Spadoni (1995, poi ripreso nel 2015), ma anche, nonostante l’attrice non sia sola in scena, quel meraviglioso «concerto per corno e voce romagnola» che è L’isola di Alcina (2000), ancora composto da Spadoni. E a questo filone appartiene anche Maryam, con il quale la compagnia ravennate torna a lavorare, a dodici anni di distanza dalla Mano, con Luca Doninelli, autore del testo.

Lo spettacolo, ideato e diretto da Ermanna Montanari e Marco Martinelli, presenta quattro diverse stazioni, che corrispondono ad altrettante storie narrate, o per meglio dire evocate dalle esplosive ‘emanazioni’ vocali cui si accennava, in dialogo continuo con il magmatico mondo sonoro di Luigi Ceccarelli. Il titolo fa riferimento alla figura di Maria nella cultura islamica, e nasce da un’esperienza diretta dello stesso Doninelli: «L’idea di Maryam viene da lontano – spiega –, e precisamente dalla Basilica dell’Annunciazione di Nazareth dove mi recai tra il 2005 e il 2006. Lì assistetti allo spettacolo di una fila quasi ininterrotta di donne musulmane che entravano nella basilica per rendere omaggio alla Madonna. Conoscevo già la devozione dei musulmani per Maria, ma quella visione mi colpì ugualmente per la sua solennità, per la certezza fiduciosa che quelle donne mi trasmettevano».

Maria è dunque la protagonista, anche se la sua voce è l’ultima che si ascolta. Prima sono chiamate in scena tre figure di donne mediorientali, ciascuna portatrice di storie dolorose e laceranti. La prima è quella di una ragazza concupita e venduta dallo zio-mostro, verso il quale è invocata una terribile vendetta; la seconda quella di un fratello che sognava di fare l’ingegnere ed è stato subdolamente convertito in kamikaze, provocando venti morti innocenti; la terza quella di un figlio dodicenne che annega tra i barconi della speranza. A queste urla di rabbia e dolore la Madonna risponde con grande empatia (la climax del suo intervento è: «Io non ho mai perdonato Dio per avere fatto morire mio figlio»), e portando un segno di speranza.

Il lavoro è denso e coeso, come sempre quando si tratta delle Albe (anche se i contorni ‘ctonii’ e ‘contadini’ tipici della grande Ermanna virano verso una lingua più misurata e pur sempre profondamente espressiva), e il flusso quasi ipnotico delle parole – anche grazie al tracciato musicale e alle proiezioni, in cui spiccano efficacissime frasi in arabo – suscita emozioni sempre più forti mano a mano che l’azione scenica si sviluppa.

Con Maryam, approdato a Venezia dopo il debutto a Milano nel 2017, il Teatro di Ca’ Foscari a Santa Marta si conferma nel suo ruolo di osservatorio privilegiato della scena contemporanea.