Dopo la première al Festival di Cannes e la nomination all’Oscar come Miglior Film d’Animazione, dal 27 al 29 Marzo ha debuttato nelle sale italiane La tartaruga rossa, primo lungometraggio animato del regista olandese Michaël Dudok de Wit che costituisce un riuscito esempio di ibridazione estetica tra Oriente e Occidente.

Sorpreso da una tempesta, un uomo fa naufragio su un’isola deserta. Di lì a poco costruisce una zattera con cui far vela verso casa, ma una volta in acqua qualcosa sperona l’imbarcazione fino a distruggerla. La storia si ripete varie volte finché l’uomo non scopre il colpevole: un’enorme tartaruga rossa. Cieco di rabbia, approfitta del momento in cui l’animale torna a riva per deporre le uova e lo uccide, presto pentendosene. Dal carapace del rettile uscirà però una donna, che affascinerà il naufrago portandolo a riconsiderare i suoi propositi di fuga.

la tartaruga rossa

Il film, coprodotto dallo Studio Ghibli sotto l’egida di Isao Takahata e Toshio Suzuki ma realizzato in Europa, si connota anzitutto come non narrativo: la semplicità della trama – simile a quella di una favola – e l’assenza di dialoghi sono coerenti alla poetica di Dudok de Wit, autore di cortometraggi essenziali e lirici che gli sono valsi l’attenzione dei maestri giapponesi – colpiti soprattutto dal suo Father and daughter (2000).

la tartaruga rossa
Un fotogramma da “Father and daughter”, vincitore nel 2001 dell’Oscar come Miglior Cortometraggio Animato

Per la verità, in una prima fase erano previsti dei dialoghi – per quanto scarni – atti a stabilire dei nessi concreti tra i personaggi, ma in seguito Dudok de Wit decise di delegare al linguaggio del corpo la mansione comunicativa: tratteggiati con un character design elementare – che ricorda sotto certi aspetti Tintin – , il naufrago e la sua bella si muovono in maniera fluida e realistica, riproducendo la gamma dei sentimenti umani con le loro espressioni. Dispiace soltanto che proprio la tartaruga rossa – pietra angolare dell’opera – sia stata realizzata con la computer grafica, conseguendo un risultato poco convincente che stride con l’eleganza dell’animazione tradizionale.

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Immerso nel silenzio – rotto al più da qualche sporadica esclamazione  – , lo spettatore ha quindi modo di concentrarsi sui suoni della natura: la qualità del sonoro raggiunge infatti vette elevatissime, con una perfetta corrispondenza tra animazioni e tracce audio. In tal senso però la presenza della colonna sonora fortemente evocativa composta da Laurent Perez appare quasi un pleonasmo – per non dire un’intromissione – , in un film che fa della mancanza di punti di riferimento il suo punto di forza.

Altro tassello fondamentale è la rappresentazione del paesaggio connessa al senso di smarrimento del naufrago. A inizio pellicola vengono proposte delle inquadrature statiche che di per sé non sono definite prospetticamente e che lo diventano solo in funzione del movimento del personaggio: in altre parole, la profondità di campo è data dal movimento del protagonista che ricostruisce via via la geografia del posto, svelando agli occhi del pubblico l’estensione delle campiture di colore che si trova a esplorare.

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Ed è in questa fascinazione per la vacuità degli spazi che si rivela il profondo sincretismo dell’arte di Dudok de Wit. In antitesi rispetto all’horror vacui che ancora permea molte produzioni animate occidentali, ne La tartaruga rossa è la linea dell’orizzonte a farla da padrone  – come peraltro già visto nel suddetto Father and daughter – , sicché il dettaglio, l’azione insignificante, si carica di una molteplicità di valori simbolici. Lo scorrere del tempo è soggetto a bruschi balzi in avanti, con un’attenzione per l’avvicendarsi delle stagioni e dei fenomeni naturali che a esse s’accompagnano che è tipicamente orientale, come del resto lo è anche la peculiare visione della morte.

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Ma in questo mare di simboli è possibile trovare una chiave di lettura di raccordo in grado di unificare i numerosi spunti?

Come dichiarato dallo stesso regista, il lungometraggio non contiene un messaggio precipuo né si rivolge a un target specifico, nella convinzione che a livello sentimentale ciascuno possa trovare il suo fil rouge. Nel complesso, a fronte dell’alone di mistero che avvolge la vicenda, forse l’unico punto fermo è il mistero più grande di tutti, ovvero la vita. Esattamente come non ci è dato scegliere dove e quando nascere, così il protagonista è catapultato senza preamboli su un’isola – stupenda ma che nasconde insidie – dalla quale non può fuggire, e non a caso l’oggetto del suo odio – la tartaruga – sarà poi colei che darà un senso alla sua permanenza.

Eppure l’ambiguità semantica, cui l’opera deve gran parte del suo fascino, talvolta fa perdere di vista i nodi di una riflessione che sicuramente c’è, ma che rischia di dissolversi nella bellezza delle immagini.