“La terra buona” di Emanuele Caruso

La scienza non è democratica

“La scienza non è democratica”. Così il dottor Roberto Burioni, con buona pace della “iena” Dino Giarrusso e di quelli che la pensano come lui.

Con buona pace anche del giovane regista di Alba Emanuele Caruso, al suo secondo lungometraggio: “Invito gli spettatori a mettersi in viaggio – dice – un viaggio interiore per verificare le proprie convinzioni o per scoprire nuove frontiere”. Ma il terreno è molto scivoloso. Il film, nonostante qualche lieve sterzata qua e là, percorre un sentiero impervio che strizza l’occhio a pericolose medicine alternative, il cui naturale sequel sono gli ancor più pericolosi “no vax”.

“Ho messo inseme – spiega – tre storie di persone che ho conosciuto direttamente:  il primo è Padre Sergio De Piccoli (Giulio Brogi) un anziano monaco benedettino, morto nel 2014, che era riuscito a raccogliere migliaia di volumi e a realizzare in uno sperduto borgo della Val Maira (Cn) la biblioteca più alta del mondo; il secondo è Mastro (Fabrizio Ferracane) un medico che, con il suo ruvido assistente Rubio (Cristian Di Sante), studia cure naturali e alternative stando nascosto e in gran segreto nell’eremitaggio di Padre Sergio; infine c’è Gea (Viola Sartoretto), una giovane donna che, con il fraterno amico Martino (Lorenzo Pedrotti), affronta il lungo viaggio fino al rifugio di Padre Sergio per incontrare Mastro, sua ultima speranza dopo che tutti i medici le hanno detto che la sua malattia è incurabile.

Magnifica l’ambientazione, tra l’immenso e ancora in parte inesplorato territorio selvaggio della Val Grande (Verbania), che con 152 kmq è l’area naturalistica più vasta d’Europa, e l’antico borgo di Marmore in Val Maira. Ma le tre storie, che da sole avrebbero forse potuto destare un certo interesse, così cucite assieme non convincono, nonostante il “collante” costituito dal  personaggio (unico inventato) di Martino. Il monaco pare un santone un po’ inquietante; Mastro è troppo palesemente un Luigi Di Bella redivivo: anche lui praticò a San Marino non potendolo fare in Italia; Gea è una borghese viziata travolta da un insolito destino che manda all’aria i piani di Mastro e di Rubio. L’unico che ne esce meglio di come era arrivato è il buon Martino.

Grande merito del film è di essere stato realizzato a bassissimo budget, con interpreti che hanno accettato di lavorare a cachet inferiori alla norma e con un sostanziale crowdfundig, così come era già stato per la prima pellicola di Caruso “E fu sera e fu mattina” del 2014, coronata da un successo straordinario.

Aspettiamo con interesse il terzo film di Caruso, ricordandogli però di tenere a mente che due più due farà sempre quattro, anche se la maggioranza vota che faccia cinque.