Opera prima del duo formato da Corey Asraf e John Swab, nonché seguito/sviluppo del loro corto Judas’ Chariot, Let me make you a martyr è una sorta di thriller che, fatto il giro di vari festival minori negli ultimi mesi, si sta facendo conoscere nei retroscena indie.

Drew è un giovane criminale che, girata l’America per qualche anno senza risultati, torna all’ovile, in questo caso una baraccopoli fatiscente in una remota zona del classico South, di fatto amministrata da Larry Glass, patrigno del protagonista e di June, a sua volta amore di Drew. I due vorrebbero cercare di sistemare le faccende presenti e scappare per rifarsi una vita, ma Glass deve chiudere la questione e per farlo assume il sicario Pope.

Il film inizia in medias res, a partire dal racconto che Drew fa a un ufficiale di polizia per circa un terzo della durata complessiva; espediente classico che ci introduce placidamente a una narrazione complessa ma non intricata – quantomeno naturalmente, poiché fa di tutto per complicarsi da sé – che si muove sui binari di quello che oramai è quasi propriamente un genere a parte, quel cosiddetto southern drama che mira a raccontare l’altra America, quella rurale che non conosce grattacieli e bistrot, ma roulotte e anfetamine.

È sulle strade sterrate di questo piccolo inferno che si muove Drew, alla ricerca essenzialmente di innocenza, di cui è sempre stato privato ma a cui anela pur senza possibilità effettive, in quanto consapevole di dover recidere ogni legame con la sua vecchia vita per scoprire un luogo ove gli sia possibile sentire di avere autentica libertà di scelta. Drew si sente dannato, infatti, e per la prima volta da che è nato vuole avere un ruolo determinante capace di operare decisioni. Tutto ciò passa per il salvataggio di June, primo amore impuro (i due sono fratellastri, risuona così l’eco incestuoso); lei, prostituta eroinomane, si trova nella stessa situazione del protagonista. Ma non solo lei, bensì tutti (o quasi) i personaggi che incontriamo non differiscono per aspirazioni. I membri della comunità bramano un’identità, che sia candida e pura, un’uscita.

Questo dunque è il nucleo del film, che però purtroppo tende e prendersi troppo sul serio. Se l’opera è ambiziosa, viene seguita da un aspetto realizzativo molto altalenante che giustappone grandi sequenze, nonché input, a puerile voglia di strafare, che si traduce in un “alto-cinema-d’accatto”. Sulla falsariga di maestri eterogenei – Tarantino, o Malick, a tratti, ma i richiami sono molti – Swab e Asraf sembrano alla ricerca dell’emulazione, aspirando alla classificazione di cinema d’autore, tralasciando però la parte dell’autore stesso. Nel nichilismo passivo propugnato dall’opera ristagna l’odore degli anni ’90, c’è poco di realmente assimilabile al pensiero autoriale, e quel poco che c’è è sostanzialmente banale, privo di carnalità e trasudante ansia; lo sforzo spasmodico di replicare la forma del cinema impegnato duro e indipendente, intellettuale ma sporco riesce sì ma più prosegue la visione, più la patinatura del film lascia spazio sufficiente per intravedere alla sua base tante buone idee ma una scarsa sistematicità. Affiora spesso un concetto materiale potenzialmente interessante, solitamente però per perdersi poco dopo in frasi a effetto, silenzi parossistici e soluzioni affrettate e semplicistiche, rifuggendo la concretezza per nascondersi in una finta profondità.

Però Let me make you a martyr non affatto un film da nulla che si rifà della scarsa sostanzialità sulla messa in scena. Invero però quest’ultima parte è la più riuscita. Certo, come per la tessitura logica degli eventi, Swab e Asraf fanno il possibile per complicare anche l’aspetto tecnico, ricercando l’autorialità nell’astruso, ma questa volta il tentativo non è vano.

Il montaggio a tratti frenetico a tratti volutamente mortificato, la fotografia insistentemente asettica – ancora una volta – smorta, danno esattamente quell’aspetto di inferno in terra che serviva a quest’opera prima. Anche la decisione di disperdere la cronologia fattuale saltando più di una volta avanti e indietro aiuta, confonde e non spiega esplicitamente, ma permette di affrontare senza mediazioni la frammentazione e la ripetitività della vita della comunità. Comunità che per questo e altri motivi viene rappresentata benissimo.

Una piccola perla veramente funzionante all’interno dell’opera è la silente struttura che ne viene dipinta alla base: siamo di fronte a una sorta di aria western decadente, apocalittica. Meglio ancora, la legge del più forte qui è regredita al punto che la cittadina è pensabile come una tribù. L’istituzionalismo è morto, così come il superficiale: ogni membro vive per svolgere la sua funzione rigorosamente essenziale in un mondo arido. Il carattere tribale permea il perpetuarsi atemporale di questo mondo. Larry Glass è il capo per diritto, con la forza bruta fa rispettare la sua legge e distribuisce la metanfetamina (novella panem), ha il compito di cassare le aspirazioni del figliastro poiché questi lo danneggia apertamente, rubandogli quei soldi per permettersi la fuga. Ma il problema si complica, trattandosi come detto all’inizio di una lotta strutturale condotta non nel sistema ma per il superamento dello stesso.

In questo caso non è conflitto, bensì violazione: la sacralità non può essere sfidata, per quanto inutilmente – altro piccolo grande merito: non c’è spazio per la speranza, è solo, benché potente, suggestione. Ecco dunque intervenire lo sciamano, Pope, abbottonatissimo angelo della morte più che sicario, che serve il sistema in sé e che non tollera l’innocenza per costituzione del suo ruolo. Per questo motivo pur senza alzare un dito sembra egualmente letale: perché lo sciamano è solo un vecchio rachitico (nell’iconografia tradizionale), è la sua autorità conferita a parlare per lui. La questua per la purezza si risolve nel suicidio dei protagonisti, l’unica vittima, peraltro off-screen, di Pope, è una bambina, effige universale dell’innocenza, scheggia impazzita e senza ruolo. Tutti sono gli eponimi martiri, testimoni ma nulla più.

Il duo esordiente gestisce questi simbolismi e strati metaforici con la sottigliezza che meritano. L’estetizzazione pura è la scelta centrale della regia, capace anche di fare un passo indietro all’occorrenza e lasciare spazio agli aspetti più pregnanti (pochi, ma ce ne sono) a anche di rendersi protagonista con un certo mestiere. Alcune sequenze sono mirabili proprio perché la realizzazione di un piano-sequenza o di un ralenti o di un invasione dell’elemento sonoro sono obbiettivamente costruite in modo perfetto: Asraf e Swab creano tensione in maniera splendida, con scelte di messa in scena ineccepibili, poi magari, ecco, non la risolvono altrettanto correttamente, ma ci sono scene che si imprimono senza problemi, su tutte la morte di June, un suicidio/omicidio del consenziente che ricerca nella mani dell’amato un’ultima candida via di fuga che si rivela sempre peccaminosa: le riprese sono quelle di un orgasmo, il piacere di un cupio dissolvi che si fa realtà ma cela il fallimento, mitigato da un ultimo momento di gioia; è l’unico momento luminoso in tutto il film, il sonoro lascia spazio a un leggero accompagnamento cadenzato al piano, la mancanza di respiro si fa respiro in una sequenza senza fronzoli, che si concentra sui corpi. Certo, il dare la morte come atto d’amore nell’economia generale non risulta certo sorprendente o potente dal punto di vista emotivo, ma graficamente riesce.

Graficamente riesce in generale, bisogna dire. La brutalità è resa benissimo, non si risparmia nulla per decenza, esplicitando solo lì dove è necessario, senza esagerare (questa volta), evitando al contempo di distogliere l’occhio della mdp per rivolgere uno sguardo impassibile verso lo stupro o la violenza. Come inoltre funzionano bene gli attori; un Mark Boone Junior (Glass) sempre eccelso trova buonissima intesa con Nicotera e un grande Marylin Manson, con cui aveva precedentemente lavorato in Sons of Anarchy. In particolare quest’ultimo interpreta alla perfezione il suo ruolo nelle vesti di Pope, capace di eludere ciò che rappresenta la sua persona (non è l’adolescente del geniale Wrong cops, per intenderci) per dedicarsi al personaggio, che aleggia grazie alla forza che Manson gli dà per tutta la durata dell’opera, complice anche il montaggio ben gestito che con una delle prolessi iniziali lo impone sulla scena prima ancora di introdurlo.

In conclusione, Let me make you a martyr è un film d’esordio riuscito fino a un certo punto, che più che perdere la sua forza la disperde in una miriade di tasselli poco significativi, dall’eccessiva verbosità che fa il verso a Tarantino alla ricerca di chiuse a effetto che risultano artificiose, dalla lunghezza tutto sommato eccessiva alla pochezza sia narrativa che di significato di certe espressioni. Ma d’altro canto funzionano i sottotesti, gli aspetti formali e l’approccio. Ci troviamo assolutamente a un prodotto ambizioso che non soddisfa appieno quanto promette, però quantomeno testimonia, secondo il parere di chi scrive, una gran voglia di fare cinema, e, nonostante l’inesperienza, tradottasi in una mancanza di concretezza e di capacità di sistematizzazione, Asraf e Swab sono riusciti a dare vita a un’opera al di là di tutti i difetti, più che interessante, veramente promettente, nel senso più letterale del termine. Siamo ancora di fronte a un frastuono disordinato da parte degli agnelli mandati al macello, e non a un suono armonico, ma foriero di un gran futuro.