CONCORSO – Medioevo, tempo di crociate. Il piccolo Jenik, figlio giovanissimo di un ormai attempato cavaliere del centro Europa, parte per le lande assolate del Mediterraneo per unirsi alla “Crociata dei Bambini”. Il padre si precipita al suo inseguimento, deciso a fermarlo, ma anche tentato ad unirsi alla santa missione liberatrice.

Confessiamo che non ci aspettavamo questo tipo di approccio filmico, stilistico e poetico, da un film ceco del 2017. Opere simili venivano girate da queste parti negli anni Sessanta, e in modo divino: si pensi solo a Marketa Lazarova o a Udoli vcel (“La valle delle api”, entrambi di Frantisek Vlacil, entrambi usciti nel 1967), ma scommettere su un approccio così essenziale e silente, su un tale rigore bressoniano applicato ad una sorta di road-movie medievale non era cosa facile nella Repubblica Ceca di oggi.

Non abbiamo visto l’esordio di Kadrnka, Eighty Letters, presentato al Forum berlinese nel 2011, ma che il trentaquattrenne di Zlin fosse una voce fuori dal coro si era capito presto, e non a caso qui in Cechia era stato premiato come “Scoperta dell’anno”. Cos’ha di tanto eccezionale, soprattutto se considerato nell’ambito della produzione locale? L’essenzialità, l’ellitticità, il lavoro di sottrazione e il rigore formale. Facciamo un esempio. Non che sia di per sé un motivo di lode, ma (fra gli altri meriti) questo Little Crusader detiene forse e deterrà per molto tempo ancora un molto probabile record ceco: le prime parole si odono dopo ben tredici minuti dall’inizio, appena due minuti dopo l’apparizione dei sobri titoli di testa sparati in un bianco virginale e lattiginoso, quasi a dare un preciso segno anticipatore della meditazione interiore sull’innocenza infantile e le sue pericolose assolutizzazioni, che il film ci offrirà poi nel suo seguito.

Per quanto il risultato finale ci sembri non perfettamente riuscito, non per questo si può passare sotto silenzio questa affascinante opera seconda, che in una interessantissima joint venture coproduttiva con la Slovacchia e l’Italia (Apulia e Sardinia Film Commission, con un intervento della Tempesta Film di Carlo Cresto-Dina) stupisce per soluzioni estetiche e approccio “in levare”. È come se la luce diffusa di Gargano e Campidano, usati come set naturali, la scenografia essenziale del nostro Luca Servino e la temerarietà di un autore boemo che si oppone al chiasso e agli stereotipi di genere del suo cinema patrio fossero convenuti a creare una mini-opera aliena e lunare, con la quale bisogna dialogare interiormente, lasciando libero corso ad associazioni mentali e a richiami filmici dotti (ma non autocompiaciuti).

Che le “crociate dei bambini” siano, al meglio, un’esagerazione mitizzata di piccoli eventi simili forse avvenuti in scala ridotta è cosa quasi assodata, ma qui la verosimiglianza storica ha un ruolo del tutto secondario. Ci interessa poco se l’angelico e innocente Jenik possa aver davvero preso parte a una spedizione reale, ci interessa poco quali battaglie abbia combattuto prima di quel momento il corrucciato padre, poco ci interessa da quali lidi e per quali rotte i fanciulli andranno a colpire i Mori con la propria innocenza, costringendoli a convertirsi per mera imposizione di purezza. Qui siamo di fronte ad una accumulazione orizzontale di tappe ascetiche di un viaggio interiore: un vecchio guerriero cerca il fantasma di suo figlio, una “effigie” sfuggente, la stessa che egli porta ricamata in un fazzoletto, il quale mostra ai viandanti come documento di riconoscimento ante-litteram, ma che alla fine si sfilaccerà completamente, diventando ritratto cancellato sul muro del tempo e delle intemperie storiche.

Václav Kadrnka

Ad ogni modo questo non è un film astratto o avulso da contesi storici: Kadrnka ha studiato luoghi e percorsi effettivamente usati nel nostro paese lungo le rotte storiche dai crociati, ha visitato chiese e visto affreschi d’epoca, per poi restituire con modalità rarefatte e stilizzate la magia enigmatica di un’idea assurda. Un’idea assoluta, quella di partire per una terra lontana, pericolosa e ignota al fine di rispondere ad un richiamo interiore; la forza d’animo sgomenta di un padre che con affanno e un continuo, simbolico ritardo copre le tappe del pellegrinaggio fatto dal figlio fino ad essere affascinato in prima persona dall’idea di unirsi alla spedizione; l’aria, primitiva e rarefatta a un tempo delle spiagge del sud in cui si muovono come extraterrestri bambini biondi e dagli occhi azzurri illuminati dal sole del mediterraneo che li abbacina e costringe ad un silenzio attonito e misterioso.

Il soggetto, invero, non è originale, bensì ispirato ad un poema (non fra i più noti) del poeta ceco Jaroslav Vrchlicky (1853-1912, noto anche perché traduttore di Dante e di altri classici di mezza Europa), ma oltre a certo cinema mediterraneo in costume (Bresson, l’Olmi di Il mestiere delle armi…mentre un nostro conoscente, cercando paragoni, ha tirato in ballo perfino il primo Albert Serra…), citazioni da Tarkovskij utilizzate con ieratica sobrietà (più Lo specchio che Rubljov però), ispirazioni tratte da arte religiosa italiana medievale, Kadrnka qui sembra volersi proporre come il continuatore di certo cinema cecoslovacco dei dorati anni Sessanta, in cui la potenza dell’immagine e l’uso pregnante e parco della parola restituivano dimensionalità e vigore a sceneggiature tratte dalla pagina scritta, lavorando in modo cosciente in termini anti-mimetici e para-narrativi.

Film suggestivo e ben poco parlato, incastonato in un 4/3 che non è né segno di nostalgia né vezzo citazionista, ma funzionale inquadramento degli equilibri compositivi e dei pesi spaziali incombenti sui personaggi, inquadrato in simmetrie quasi ascetiche ed ellissi narrative (sembra quasi che i pochissimi personaggi arrivino sempre dopo che qualcosa è avvenuto), giocato su un inseguimento mentale più che geografico, e ispirato a uno dei miti mai verificati delle narrazioni popolari centro-europee, questo “Piccolo crociato” non può che affascinare ed intrigare, fosse già solo per il coraggio messo dal giovane autore e da chi ha creduto in lui. Tanto più è lodevole la scommessa del festival di Karlovy Vary che quest’anno per il concorso principale ha preferito quest’opera quasi sperimentale a commedie per il pubblico di casa o ad autori già affermati.
Un film forse difficile a un primo, distratto, sguardo, ma pregnante nei suoi silenzi, incisivo nella sua frontalità, sanamente sfuggente e indefinito per la sua archetipicità.