Presentato nella sezione Piazza Grande del 70° Locarno Festival il 7 agosto, Chien è il sesto lungometraggio del regista francese Samuel Benchetrit, già in lizza per la Palma d’Oro a Cannes nel 2015 con Il Condominio dei Cuori Infranti. Commedia grottesca dai forti tratti drammatici, Chien è un film in cui i meccanismi del riso vengono sovvertiti ed esagerati, in cui assurdo e grottesco si alternano in una tragicomica (ma a tratti angosciante) ora e mezza.

Dopo aver perso la moglie, il lavoro, la casa e persino il cane (finito sotto un bus poche ore dopo averlo comprato) Jacques Blanchot è un uomo finito. Senza un posto dove dormire e senza nulla da fare tutto il giorno, il disperato decide di affidarsi al bizzarro proprietario di un canile, che comincia ad addestrarlo come si addestra un cane, con metodi che per violenza farebbero venire i capelli bianchi a ogni animalista.

Tutto il film è costruito su un climax ascendente di assurdo e follia, su un continuo susseguirsi di vicende ognuna più folle di quella che l’ha preceduta, che va verso la progressiva trasformazione del protagonista da umano inetto a cane provetto. Sebbene una sinossi del genere potrebbe far pensare a un film leggero e simpatico, nella pellicola ha un ruolo importantissimo anche la componente drammatica: è infatti impossibile non rimanere impressionati dalla ferocia dell’addestratore di cani (grazie e soprattutto alla sbalorditiva interpretazione dell’attore belga Bouli Lanners, nel ruolo di un violentissimo canaro) nei confronti di un protagonista che minuto dopo minuto perde la propria umanità davanti agli occhi dello spettatore.

Il fatto che una certa dose di drammaticità possa sembrare gratuita non è per forza un punto di demerito per la pellicola. Se infatti possiamo parlare di comicità demenziale quando ci troviamo di fronte a un film che utilizza i meccanismi più semplici, illogici e insensati per suscitare il riso, potremmo parlare in questo caso di drammaticità demenziale, senza voler dare alcuna accezione negativa all’aggettivo demenziale che non indica certamente una qualche stupidità del copione o dello sceneggiatore ma piuttosto una gratuità voluta di pathos e angoscia, in un esercizio di stile che gioca col riso e col pianto dello spettatore secondo meccanismi non comuni a una drama comedy qualsiasi.

Il protagonista è di fatto l’estremizzazione del prototipico fallito, dell’inetto standard, protagonista già di innumerevoli film comici, che prima permette allo spettatore di immedesimarsi in lui, per poi fargli provare una profonda compassione e infine perdere ogni contatto col pubblico diventando meno di un uomo, meno di un personaggio, meno di un fallito. Non mancano certo i più classici meccanismi del riso, che l’autore sembra conoscere molto bene: tra equivoci e battute border line su argomenti tabù (il cane che assomiglia a Hitler è un esempio più che valido) Benchetrit riesce, soprattutto nella prima parte del film, a far ridere un pubblico che sta gradualmente smettendo di provare compassione per il protagonista.