Ospite del 70º Locarno Festival in occasione della presentazione del restauro del suo capolavoro San Gottardo, il regista ticinese Villi Hermann ha presentato fuori concorso anche la sua ultima fatica, il documentario CHoisir à vingt ans. Il film racconta un momento storico molto importante per la Francia, quello della guerra di Algeria, visto dagli occhi degli obiettori di coscienza (chiamati disertori  per tutto il film).

Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 Villi Hermann è un ragazzo di appena vent’anni che decide di lasciare la Svizzera per raggiungere Parigi, una sorta di terra promessa per un giovane di cultura appassionato di arte, cinema e letteratura come lui. Negli stessi anni però, centinaia di ragazzi della stessa età stanno percorrendo il viaggio inverso, lasciando la Francia che li vorrebbe a ingrossare le fila dell’esercito schierato in Algeria a favore della neutrale Svizzera. Sono attivisti di sinistra, giovani universitari impegnati ma anche normalissimi ragazzi che senza essere mossi da un particolare credo politico vedono quella guerra come una causa non loro e come un inutile massacro di vite innocenti. Hermann decide di andare a trovare questi ex-ragazzi quasi sessant’anni dopo, raccontando una pagina nera della storia di Francia un po’ attraverso le interviste e un po’ attraverso le lettere mandate in quegli anni dallo stesso regista alla fidanzata dell’epoca e alla famiglia, sia da Parigi che dal fronte, dove si sposterà più tardi per lavorare come insegnante.

Il documentario, che affronta un tema delicato in modo chiaro e completo, può essere sommariamente diviso in due parti: la prima è quella interamente dedicata alle interviste con gli obiettori francesi, in cui viene fatto anche un ritratto della realtà francese e soprattutto parigina durante gli anni della guerra, esponendo le enormi difficoltà a cui andava incontro chi decideva di rifiutare i 22 mesi di leva militare, mentre la seconda è composta in gran parte da incontri con chi all’epoca stava dall’altra parte, tra soldati e civili algerini, tunisini e marocchini che raccontano quasi un decennio di estrema povertà e violenze perpetrate da entrambi i fronti. Nella fase finale poi viene dato un certo spazio anche alle conseguenze della guerra sui paesi che oggi occupano i territori interessati (un intervistato racconta di come sia facile trovare ancora oggi mine anti uomo nascoste in quelli che furono i campi di battaglia).

La forza di Hermann sta nel raccontare una storia così importante da un punto di vista totalmente personale, posizione che non lede affatto la qualità del documentario ma anzi contribuisce a dare un senso di autenticità a tutto il film, grazie al riuscito espediente delle lettere. Molto importante poi è lo spazio che il cineasta svizzero decide di lasciare alle immagini di ripertorio, che tra footage di reportage di guerra e foto dal fronte raccontano in maniera inequivocabile la violenza dell’esercito francese nei confronti dei civili e documentano le accuse di tortura mosse all’esercito francese da quasi tutti gli intervistati all’interno dei loro interventi. In poco più di 20 minuti il regista riesce a fare un racconto completo e dettagliato di un importantissimo momento storico (che non spesso ha avuto lo spazio dovuto nella cultura popolare degli ultimi anni) raccontato da un punto di vista inedito e originale.