Presentato il 4 agosto nella sezione del concorso internazionale del 70° Locarno Festival, Lucky è l’unico film in lizza per il Pardo d’Oro che vede alla regia un esordiente. Si tratta però di un esordiente d’eccezione, l’apprezzato caratterista John Carroll Lynch (Zodiac, Fargo, American Horror Story) che al suo esordio assoluto come regista sceglie come protagonista quello che è forse il decano di tutti quei formidabili attori specializzati in ruoli piccoli ma difficili da dimenticare, il nonagenario Harry Dean Stanton.

Il Lucky del titolo (Stanton) è un anziano veterano della marina che vive da solo in un piccolo paese dell’Arizona circondato dal deserto. Le sue giornate sono scandite da riti ben precisi, da un pellegrinaggio tra un bar e un altro. A rompere questa monotonia sarà una banale caduta in casa, che instaurerà nel protagonista una serie di dubbi sulla vita e sulla morte. A fomentare ulteriormente questi suoi dubbi sarà l’amico Howard (interpretato dal regista David Lynch), decidendo di lasciare tutti i suoi averi, una volta scomparso, alla sua testuggine, il “presidente Roosevelt”.

L’atteggiamento schivo, scafato e di chi nella vita ha già visto tutto che caratterizza il protagonista (per ammissione degli sceneggiatori Drago Sumonja e Logan Sparks mutuato dallo stesso Stanton, qui in una versione romanzata di se stesso) lo portano prima ad evitare in tutti i modi inutili riflessioni sul tema della fine, per poi cadere in un profondo sconforto e infine accettare serenamente il suo destino di mortale (comune a chiunque altro sulla terra oltre che a lui) con un grande sorriso, sorriso che dominerà un finale in grado di essere sia emozionante che per niente spettacolare, senza uscire dai toni che hanno caratterizzato la pellicola fin dalle prime scene.

Come hanno spiegato gli sceneggiatori in conferenza stampa, il film voleva inizialmente essere incentrato interamente sulla figura di Harry Dean Stanton, come uomo e come leggenda vivente. Solo in seguito è stato deciso di trasformarlo in un  film di fiction, in cui un personaggio che con il leggendario attore condivide tutto tranne il nome si trova a fare le somme verso la fine di una lunga vita, come ogni uomo abbastanza fortunato da arrivare lucido a  poco meno di un secolo di vita farebbe. Il sole a picco, i diner quasi sempre vuoti e il deserto (a cui gli amanti del cinema associano già il volto di Stanton dai tempi del capolavoro di Wim Wenders Paris Texas) sono tutti elementi che contribuiscono a conferire alla pellicola un’atmosfera sognante, sospesa ma solo a tratti angosciante, e comunque carica di quell’inevitabile angoscia che prende un po’ chiunque nel momento in cui ci si trova a interrogarsi su certi argomenti.

Sebbene si tratti del suo esordio come regista, Lynch si dimostra abile nel regalare allo spettatore inquadrature suggestive, campi lunghi e lunghissimi in cui inserire il volto scavato o il corpo esile e spigoloso di Stanton, sottolineandone la solitudine e tuttavia senza mai comunicare un’eccessiva malinconia, comunque presente in alcune scene del film come un’emozionante sequenza che ha per colonna sonora il suggestivo e graffiante brano di Bonnie Prince Billy I See A Darkness, nell’ancor più malinconica versione di un altro vecchio cowboy solitario, Johnny Cash.

Adorabile il modo in cui il protagonista (e di conseguenza gli sceneggiatori) giocano con quelle che sono le parole chiave di moltissime discussioni e riflessioni sulla vita e sulla morte, come il realismo e il relativismo, riducendole a definizioni da dizionario e facendole comparire sulle parole crociate. Lucky vuole essere un invito, forse un po’ banale ma non per questo meno prezioso, ad affrontare nel più sereno dei modi la morte come l’inevitabile, senza mai dimenticare di goderci la vita che stiamo vivendo ed evitando che la morte diventi il nostro argomento preferito, un invito che viene da un uomo che la vita l’ha vissuta tutta e nel più completo dei modi, senza perdersi mai nemmeno un esperienza.